Un mese fa moriva Andrea Pininfarina. Uno stupido incidente. Stava andando in fabbrica, in motocicletta, gli è stato fatale. Una vera disgrazia, un po’ per tutti. Per i suoi familiari certamente, che hanno perso un marito e un padre che avrebbe potuto dare loro tanto ancora, affetto, amore ed esempio. Per i suoi operai, che hanno dovuto rinunciare a un capo azienda forte, intelligente, capace, che non aveva esitato nei momenti di difficoltà a rimboccarsi le maniche e a cercare in tutti i modi di risalire la corrente che gli sembrava ostile. Avere un grande cognome, conosciuto e stimato in tutto il mondo, non è sempre sufficiente per far andare la propria azienda a mille. Al contrario, proprio l’ambizione di essere sempre all’altezza delle aspettative e di voler fare di più può indurre a un colpo a vuoto, a un passo falso, che poi si paga a duro prezzo in questo mondo globalizzato che nulla risparmia.
E ha perso molto il sistema di Confindustria. La famiglia Pininfarina aveva già dato molto all’imprenditoria italiana, il padre di Andrea, Sergio, senatore a vita, è stato presidente degli industriali a cavallo tra gli anni ottanta e novanta. Anni difficili, durante i quali la Confindustria era chiamata a un compito non semplice per salvare il Paese da una congiuntura che sembrava schiacciarla e condannarla a un ruolo subalterno. Lui riuscì nel suo compito, conducendo il mondo delle relazioni industriali verso un futuro di attenzione e responsabilità che poco più tardi sarebbe stato coronato con un grande accordo capace di raddrizzare l’intero Paese.
Andrea non aveva dirazzato, al contrario. Era stato alla guida di Federmeccanica in anni difficili, quando la trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici era proprio la frontiera tra i riformisti e chi preferiva stare con la testa girata all’indietro. Lui senza clamori, senza colpi di testa, era stato il motore di una politica ferma, senza mai accanirsi contro gli avversari, anzi cercando sempre di convincerli che la strada migliore è sempre quella dell’accordo, della partecipazione, del dialogo.
E quando ha lasciato la Federmeccanica perché aveva finito il suo compito non ha abbandonato il sistema, è stato vicepresidente della confederazione, con altissimi incarichi. In realtà, poteva aspirare a qualcosa ancora più in alto. Era il candidato migliore che si potesse trovare per la presidenza di Confindustria. C’è stato un momento in cui tutti gli offrivano questa opportunità, ma non era il momento, aveva un compito difficile in azienda in quel momento e dovette rinunciare. Certamente a malincuore, perché la passione e l’attenzione che ha sempre infuso nel suo compito di rappresentanza degli interessi imprenditoriali testimoniano della sua disponibilità e del piacere che gli riservava svolgere quel compito.
Un ricordo solo. Quando due anni fa a Vicenza Silvio Berlusconi salì sul palco del convegno economico di Confindustria e sferrò un durissimo attacco a Confindustria, additandola come il vero nemico, invitando tutti gli industriali a disertarla, perché sede di fannulloni e perditempo, l’unico che si levò a difesa della confederazione, della sua storia, della sua forza morale, del suo ruolo indispensabile in una società moderna, fu proprio Andrea Pininfarina. Lo fece dal palco con un discorso memorabile che chiuse quel convegno e subito dopo parlando a tutti i giornalisti. Senza astio verso il capo dell’opposizione che, sostenuto da una claque organizzata era venuto a fare una gazzarra indecorosa in un convegno che dibatteva temi difficili e impegnativi per tutto il Paese, ma con la necessaria forza per rimettere in riga le cose e le persone.
E con la sua morte hanno perso molto i suoi amici. Che lo rimpiangono, ne sentono la mancanza e tanto più la sentiranno negli anni a venire, quando ci sarà un momento difficile da superare, una congiuntura da affrontare o anche solo un momento felice da vivere e lui non sarà loro accanto per condividere nel bene o nel male quelle esperienze. Noi saremo tra quelli.
5 settembre 2008
Massimo Mascini