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Una “grande riforma” del sindacato e delle relazioni industriali in Italia

Maurizio Ballistreri
Dicembre09/ 2021

La divisione tra Cgil, Cisl e Uil sul giudizio relativo alla manovra del governo ripropone un sistema sindacale in Italia, che sembra uscire dal cuore della metà del ‘900, con la vecchia dialettica tra conflitto e collaborazione, fuori dagli schemi del sindacalismo europeo di matrice riformista.

Una regressione ad una fase in cui, nella società industriale, il luogo dello scontro sociale era fondamentalmente la fabbrica ed attraverso il conflitto la classe operaia e quella imprenditoriale si contendevano la distribuzione del reddito, mentre oggi, nell’economia 4.0, la posta in gioco è la verticalizzazione delle differenze, tra chi è in cima alla scala sociale e chi, la grande maggioranza, è sotto, si pensi ai temi dell’equità fiscale, dei minimi salariali, del nuovo welfare.

Non sono i tempi, purtroppo, in cui leader carismatici come Lama, Carniti, Benvenuto, Trentin teorizzavano e praticavano concretamente il modello del sindacato “soggetto politico”, nel pluralismo culturale e politico delle rispettive organizzazioni sindacali, imponendo per tutto il decennio Settanta e Ottanta, anche dopo il “Decreto di San Valentino” nel 1984, a governi e parlamenti di discutere con i rappresentanti del mondo del lavoro la politica economica nazionale, né gli anni della concertazione e del neocorporativismo “all’italiana”, che negli anni ’90 del secolo trascorso hanno consentito la tenuta del sistema economico e sociale del Paese.

Oggi si assiste ad un sindacalismo confederale ripiegato in un rapporto corporativistico con le “storiche” associazione datoriali, Confindustria in primo luogo, in una sorta di cittadella chiusa, sempre più piccola, nel mentre cresce il pluralismo associativo che ha eroso consensi e rappresentatività, arginato a fatica dai vecchi paletti di un ordinamento intersindacale che impedisce a chi ne è fuori di esercitare legittimamente diritti sindacali e funzioni di contrattazione collettiva, si pensi all’art. 19 dello Statuto dei lavoratori. Tema, quest’ultimo, che abbisogna ormai, senza remore, di un intervento legislativo regolativo, rispettoso dei principi e delle previsioni dell’art. 39 della Costituzione, letti in chiave evolutiva secondo l’insegnamento del diritto vivente, per riscrivere e aggiornare relazioni industriali che mostrano evidenti segni di logoramento.

Ha ragione il direttore de “Il Diario del Lavoro” Massimo Mascini a paventare il rischio di un sindacalismo relegato alla funzione di erogatore di servizi – senza capacità contrattuale con le istituzioni e datori di lavoro – sul quale pesano pigrizie e ritardi culturali, come dimostra l’opposizione ad una legge sui minimi salariali nel nostro Paese, indicata invece strategicamente dall’Unione europea, per combattere il dumping sociale.

Così come puntuale è l’analisi di Dario Di Vico, sulle pagine del “Corriere della Sera”, sul problema della democrazia interna al sindacato e della crisi di leadership, a proposito della quale applicabile è l’analisi sull’assenza del carisma weberiano descritta da uno dei maggiori sociologi italiani, recentemente scomparso, Luciano Cavalli.

Proprio l’applicazione dell’art. 39 della Costituzione, che prevede l’obbligo per i sindacati registrati di avere statuti a base democratica, risolverebbe il problema della democrazia interna, assieme alla trasparenza sull’uso delle risorse.

Per il 2022 serve una “Grande riforma” del sindacalismo italiano e, con esso, delle relazioni industriali.

Murizio Ballistreri, Professore di diritto del lavoro nell’Università di Messina, Presidente dell’Istituto di Studi sul Lavoro in Roma