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Superare il Jobs Act? Perché no?

Fabrizio Tola
Settembre08/ 2022

Come in tutte le leggi ci sono al loro interno, norme che migliorano l’efficienza del Paese e conseguentemente le condizioni delle persone e norme che invece mettono in difficoltà o peggio regrediscono le condizioni in essere. Il Jobs Act è una di queste. Ci sono norme interessanti come quelle sullo Smart Working che prima non esistevano o quelle che riguardano quei rapporti di lavoro “molto particolari”: lavoro intermittente, Job Sharing o lavoro ripartito, Associazione in Partecipazione. Per citarne alcune. Ci sono norme aggiornate, considerando l’esplosione della tecnologia, come quella sul divieto del controllo a distanza del lavoratore, ex art 4 legge 300/1970. Ci sono poi norme odiose. Non richieste da alcuno. Come togliere alcune tutele dall’art.18, sempre della legge 300/1970, già modificato un paio di anni prima dal Ministro Fornero. Che senso ha, togliere la reintegra in caso di annullamento del licenziamento da parte del giudice valida solo per gli assunti dopo il marzo 2015 ? Una tutela poco utilizzata ma che fungeva da disincentivo ai licenziamenti facili. Che senso ha, dire che si privilegia il contratto a tempo indeterminato contemporaneamente alla facilità di licenziamento? Perché di questo stiamo parlando, cioè di un licenziamento illegittimo stabilito dalla magistratura. Perché facile? Perché la legge per renderli facile scavalca i Contratti Nazionali, firmati dalle Parti, che prevedono, ad esempio , le casistiche per il licenziamento disciplinare.

Il Jobs Act va oltre. Infatti specifica che la reintegra c’è se la contestazione non sussiste, ma se sussiste il giudice non deve tener conto della sproporzione tra la contestazione e il provvedimento. Quindi mentre per i Contratti Nazionali, di qualsiasi settore, un ritardo sul lavoro non prevede il licenziamento, per il Jobs Act sì. Perché? Ma soprattutto quando non richiesto da alcuno. Non lo chiese Confindustria né Confcommercio, non era proprio un tema che interessava gli imprenditori che nel 2014, avevano ben altre priorità. Altra norma incomprensibile è la modifica dei criteri di accesso alla Cassa Straordinaria per Crisi Aziendale: devono rientrare circa 2/3 dei lavoratori posti in cassa. Come fa un’azienda in crisi, che avvia un piano di riorganizzazione , che probabilmente rivede le sue strategie, i suoi prodotti, a sapere prima di procedere, quali risultati porterà a casa e quante persone sicuramente rientreranno? Senza contare che gli Ispettori del Ministero si esprimono a valle dell’utilizzo dell’ammortizzatore. Risultato? Le aziende per non rischiare, preferiscono aprire le procedure di licenziamento collettivo. Gli ammortizzatori servono per attenuare gli sviluppi di una crisi, per dare tempo ad aziende ma soprattutto ai lavoratori, di guardarsi intorno di organizzare il proprio futuro. Quella modifica ha snaturato il ruolo dell’ammortizzatore e incentivato, in caso di crisi, le procedure di licenziamenti collettivi.

Volendo mettersi con la penna rossa, a mio avviso, anche l’abolizione dei contratti a progetto non è stata una grande idea. Il contratto a progetto ha un inizio e una fine, è vero che si è utilizzato spesso male, ma almeno vi erano le condizioni, se usato male, di trasformarlo in un contratto a tempo indeterminato. Mentre con i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, ci si passa una vita.

La realtà è che dopo il Jobs Act la precarietà non è affatto diminuita. L’occupazione cresce e decresce se c’è il lavoro. L’idea che rendendo più flessibili i rapporti di lavoro e la facilità di licenziamento, si possa creare maggiore sviluppo, ormai non appartiene più, neanche ai cultori de “ laissez-faire” . Ed è questa la filosofia che sotto-intende alcune norme di questa legge. Per tenere in movimento l’economia e quindi lo sviluppo, c’è bisogno di certezze, di stabilità, che non vuol dire sedersi e sentirsi garantiti, ma vuol dire osare, non aver paura di fare un investimento che può significare un figlio che studia all’estero, un auto nuova, la ristrutturazione della propria casa. Insomma, non la paura, ma la certezza di un lavoro. Lavoro dignitosamente retribuito ,che consenta di fare passi avanti e quindi far girare l’economia. Vale anche per gli imprenditori, i quali chiedono e lo so per esperienza, meno tasse sulle retribuzioni dei loro dipendenti, perché consapevoli delle basse retribuzioni, che chiedono meno burocrazia e risposte in tempi certi e ragionevoli, che chiedono tempi sopportabili e civili per la definizione dei contenziosi legali.

Non era la ulteriore modifica dell’art 18, la priorità dell’imprenditore. Lo dimostra il fatto che in quasi tutti i settori, i sindacati propongono per i nuovi assunti e le controparti accettano senza alcuna fatica, il riconoscimento del quadro normativo ante Jobs Act. Sarebbe auspicabile, che qualsiasi governo di qualsiasi colore , a differenza di come è nato il Jobs Act, prima di fare una riforma di qualsiasi materia, ascoltasse le parti sociali, gli operatori del settore. Costruire il consenso se possibile, e dopo, solo dopo, decidere. Non c’è motivo per non superare il Jobs Act. Si può e si deve fare.

Dimenticavo la “coerenza”. Eviterei di richiamare la “coerenza”, di chi ieri ha votato per il Jobs Act e oggi lo vuole cambiare, ci sta. Siamo abituati ad incoerenze ben maggiori, se penso a dirigenti che si sono opposti alla nascita del PD per poi diventarne Segretari o a Giornalisti della sinistra radicale ,passare con la destra o dirigenti di partito e di sindacato appartenenti alla sinistra, passare armi e bagagli con Berlusconi e  Fini. Lasciamo stare la coerenza. Stiamo al merito.

Fabrizio Tola