Mentre la Cgil si appresta a lanciare ufficialmente la sua campagna referendaria (i dettagli saranno annunciati lunedì, in una conferenza stampa) anche la Cisl si prepara al voto dell’8 e 9 giugno, ma da un punto di vista totalmente opposto. Per esprimere la propria opinione sui quattro referendum lanciati dalla Cgil e approvati dalla Consulta, la confederazione guidata da Daniela Fumarola ha predisposto un ‘’volantino” destinato ai luoghi di lavoro che, di fatto, boccia non solo i quesiti, ma il ricorso stesso allo strumento del voto popolare. Precisando che “noi difendiamo i lavoratori con scelte consapevoli e non con slogan”, la confederazione di Via Po afferma che “il lavoro non si difende guardando al passato’’, e che “il referendum non è la scelta giusta”, perché “propone soluzioni parziali, rischiose o addirittura dannose per i lavoratori’’.
Il testo analizza uno per uno i quattro quesiti proposti dalla Cgil: “è importante capire cosa propongono davvero e quali conseguenze possono avere per i lavoratori’, si legge. Partendo dal primo, il più popolare, quello che si propone di cancellare il Jobs act, il giudizio è totalmente negativo: ‘’un referendum mal posto, che potrebbe perfino danneggiare i lavoratori’’. La Cisl contesta innanzi tutto uno dei principi cardine affermati dalla Cgil nella sua campagna referendaria, e cioè il ritorno all’articolo 18 nel caso di vittoria del ‘’si’’: “è falso che ci sarebbe un ritorno all’articolo 18”, afferma il volantino, perché “abolendo la legge sul contratto a tutele crescenti si tornerebbe alla riforma Fornero del 2012”. Legge che “prevede un indennizzo solo fino a 24 mensilità, contro le 36 previste dal Jobs act”. Dunque, l’esito di una vittoria del si sarebbe negativo per i lavoratori. Inoltre, la Cisl afferma che ‘’la reintegra dei licenziamenti illegittimi esiste ancora, per gravi motivi”, che ‘’la Corte costituzionale ha già migliorato la norma in più punti”, e che, in ogni caso, ‘’nessun aumento dei licenziamenti è stato registrato dopo la riforma” varata dal governo Renzi nel 2015.
Pollice verso anche sul secondo quesito, che punta a eliminare la possibilità di stipulare un contratto a termine senza causale per 12 mesi: per la Cisl “ridurrebbe le opportunità di impiego per i giovani” e, per contro, “aumenterebbe le forme di lavoro meno tutelate’’. Se l’obiettivo deve essere quello di eliminare la precarietà, afferma, allora meglio ‘’affidare le causali alla sola contrattazione, investire in formazione e penalizzare i contratti brevi’’. Quanto al quesito relativo all’indennizzo per i licenziamenti nelle piccole imprese, che propone di eliminare l’attuale tetto massimo di 6 mensilità, qui il giudizio non è del tutto negativo ma, si osserva, la soluzione che propone il referendum è comunque ‘’incompleta”, in quanto ‘’non garantisce che i giudici concedano importi superiori’’. Meglio, invece, ‘’una riforma che aumenti sia il limite minimo che massimo’’ degli indennizzi: ‘’giusto migliorarli, ma il referendum abrogativo non raggiunge l’obiettivo”.
Nello stesso modo, anche il quesito per la sicurezza sul lavoro negli appalti rappresenta ‘’un intervento sbagliato per un problema reale’’. Il referendum, si legge, punta a “rendere il committente finale responsabile anche per i rischi specifici dell’impresa appaltatrice, ma la normativa già prevede una responsabilità dell’azienda esecutrice”, quindi sarebbe una ‘’soluzione inefficace per i lavoratori’’. Più importante, secondo la Cisl, la recente norma contrattata dalle organizzazioni sindacali “che introduce parità di trattamento normativo ed economico negli appalti privati, e la patente a crediti per qualificare le imprese e migliorare la sicurezza’’.
La Cisl non si esprime per ora sul quinto quesito, quello che non ha a che fare col lavoro ma con la cittadinanza (sostenuto comunque anche dalla Cgil). Un tema che trova Via Po assai sensibile, tanto che Daniela Fumarola, fin dalla sua prima relazione da segretaria generale, ha sollecitato una riforma delle attuali normative. Ma non convince, anche in questo caso, la soluzione proposta dal referendum, di dimezzare da 10 a cinque anni il periodo di tempo necessario a richiedere la cittadinanza italiana. L’argomento comunque sarà discusso più avanti in una riunione dell’Esecutivo cislino, ma l’orientamento più probabile sarebbe quello di lasciare libertà di voto agli iscritti.
Nunzia Penelope