Di pari passo col successo del welfare contrattuale, molto apprezzato da parti sociali e lavoratori, sta crescendo un grosso business. Protagoniste, le società che si specializzano in ‘’pacchetti welfare’’ da offrire ad aziende e lavoratori. Tuttavia, non tutto cioè che viene proposto e’ effettivamente ‘’welfare’’, ma, sempre più spesso, generi diversi, che spaziano dai buoni acquisto agli abbonamenti per palestre. Il Diario del Lavoro ha intervistato Michele Buonerba, segretario generale aggiunto della Cisl dell’Alto Adige, per chiedergli in che modo il sindacato può arginare un fenomeno che rischia di porre sullo stesso piano prestazioni di natura del tutto diversa da quella dovuta.
Buonerba, si stanno diffondendo pacchetti di welfare che presentono un caleidoscopio di servizi non sempre riconducibili a vere e proprie prestazioni sociali. In che modo si è sviluppato questo fenomeno?
La legge di stabilità per il 2016 aveva previsto la convertibilità dei premi di risultato da denaro a servizi di welfare. Il lavoratore sceglie liberamente se avere i soldi, in questo caso con una flat tax del 10% oppure accedere ai servizi. A mio giudizio, nel paese più vecchio del mondo dopo il Giappone, si sarebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle prestazioni da detassare. Purtroppo si è scelto di parificare l’esenzione fiscale sia per gli istituti disciplinati dall’art. 51 che per quelli previsti dall’art. 100 del T.U.I.R. Il primo disciplina le prestazioni sanitarie, previdenziali e socio sanitarie. Il secondo le attività ludiche, di intrattenimento e i buoni spesa di qualsiasi genere.
Che tipo di società sono quelle che si muovono nel business welfare e cosa contengono i pacchetti che offrono?
Devo dire che c’è un po’ di tutto. Si va dai broker assicurativi alle associazioni di categoria, alle aziende nate di proposito, fino ad arrivare al terzo settore. La maggioranza di queste non svolgono un’attività filantropica, ma di lucro. Si finanziano attraverso una percentuale del premio di risultato che viene pagata dall’azienda che iscrive i propri dipendenti e poi dalle transazioni con i fornitori. Mi pare evidentemente che aggregato si tratta di un grande businnes in continua crescita nel quale il sindacato non svolge alcun ruolo se non quello prevalentemente notarile. Basta dare un’occhiata ai loro siti web e notare come l’aspetto consumistico sia al centro della relazione con il lavoratore. Può apparire quasi paradossale, ma il premio di produttività si ottiene in funzione di risultati raggiunti collettivamente e poi la fruizione è del tutto individuale. Nulla di grave se non fosse che l’offerta di prodotti e servizi di natura commerciale sono quelli verso i quali chi naviga sui siti viene indirizzato. Ho visto anche offerte di credito al consumo che confermerebbero il fenomeno al quale assistiamo da un paio di decenni: l’illusione di poter spendere i soldi che non si hanno. Sarebbe molto meglio che fossero le parti sociali a gestire direttamente i portali welfare. Se fossero territoriali potrebbero anche diventare un eccezionale strumento generativo di attività economica. In Alto Adige lo stiamo realizzando, me ne sto occupando direttamente e spero che possa essere online alla fine dell’anno.
L’attenzione maggiore verso questo “falso” welfare rispetto al quello “vero”, potrebbe avere, nel lungo periodo, ripercussioni di natura sistemica?
Se questi portali sono gestititi da società con fini di lucro, mi pare evidente che tenderanno a massimizzare il profitto. Le parti sociali hanno il dovere morale di orientare la spesa dei lavoratori verso i servizi di welfare che, se non oggi, certamente gli serviranno domani quando avranno un parente stretto che necessiterà di cure oppure per loro stessi. Se mi chiede che cosa sia necessario cambiare nelle relazioni industriali per iniziare a ridurre il trend negativo legato all’aumento delle disuguaglianze che stanno superando il livello della decenza, allora le dico che il sistema contrattuale centrato sul CCNL appartiene al passato. Se osserviamo i dati sui rinnovi, ci accorgiamo che solo una minima parte di essi avviene nei tempi e sempre più spesso non generano valore aggiunto per i lavoratori interessati. Questo sia in termini normativi che salariali. Questo non significa che nessun contratto collettivo sia efficace, ma più semplicemente che questo sistema, nella sua globalità, è pensato per la società fordista che appartiene ad una parte del Novecento. Nella fase fordista – welfarista la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani si legava ad un discreto posto di lavoro dal termine degli studi alla pensione e il sistema di protezione sociale era universale e non solo in termini di principio. Oggi non è più così e la maggioranza dei pochi giovani vive una precarietà imbarazzante che impedisce a molti di loro di pensare ad un progetto di vita. Infatti i più qualificati semplicemente abbandonano il paese.
L’invecchiamento della popolazione è ampiamente sottovalutato nell’implementazione delle politiche pubbliche e provo davvero un certo fastidio nel vedere le tante tasse, pagate al 93% da dipendenti e pensionati, investite in bonus di vario genere. Se la politica non riesce a guardare oltre alla prossima scadenza elettorale, le parti sociali avrebbero il dovere morale di guardare alle prossime generazioni. Il welfare integrativo è certamente uno strumento eccezionale per farlo, ma serve un cambio di paradigma. Innanzitutto il panorama dei fondi andrebbe semplificato adottando una cura dimagrante di tipo quantitativo. In secondo luogo si dovrebbe pensare alla qualità partendo dal presupposto che essa si evidenzia nella sua efficacia a livello regionale e trasversale rispetto ai mestieri. Le disuguaglianze territoriali dovrebbero indurci a comprendere che non si possono investire efficacemente i soldi dei lavoratori solo in un contesto nazionale. Vediamo di spiegarci meglio: nella sanità il 60% delle prestazioni offerte dai fondi sono sostitutive di quella pubblica. Nella previdenza abbiamo molti fondi piccoli che non investono nulla nell’economia reale e nei servizi alla persona. Per quanto riguarda i premi di produttività rischiamo di generare più maggiori consumi che benessere collettivo. Se abbiamo solo 5 milioni di lavoratori iscritti ai fondi pensione, se i fondi sanitari generano rapporti premi/sinistri inferiori al 20% e i premi di produttività vengono prevalentemente spesi per acquistare partite di calcio o concerti rock, allora significa che dobbiamo provare a cambiare. Come? Trasferendo ai territori e al livello confederale le competenze per gestire il welfare integrativo. Dato che si può cucire una camicia che vada per tutti, allora dobbiamo sapere che le taglie sono diverse da una regione all’altra e che non possiamo ignorare questo fenomeno.
Ma al punto in cui siamo, e’ possibile limitare il diffondersi del welfare diciamo così ‘’spurio’’?
Innanzitutto il governo, con la prossima legge di stabilità, dovrebbe decidere quali sono le priorità. Se ritiene che sia lo sviluppo del welfare integrativo, allora deve eliminare la detassazione sull’art. 100 del T.U.I.R. In tutti gli ambitoinei quali si utilizzano soldi detassati o decontribuiti dovrebbe intervenire obbligando i gestori a rendicontare socialmente rispetto all’uso che fanno dei soldi dei lavoratori generati dalla contrattazione.
In secondo luogo, quando le risorse diventano scarse e in Italia lo sono, allora si deve orientare la spesa pubblica i funzione della domanda che, come abbiamo visto cresce a causa dell’invecchiamento della popolazione e non solo. Per questa ragione va considerata anche al domanda di servizi che non è uniforme su tutto il territorio nazionale. Inoltre, attraverso la contrattazione territoriale, si potrebbero finanziare dei serviti sul territorio che generebbero attività economica e occupazione a beneficio anche del sistema pubblico che soffre anche per la costante riduzione quantitativa della contribuzione. Consideriamo che in questo ambito pesa anche la scandalosa evasione fiscale che questo paese sopporta da decenni.
La domanda di welfare è in termini microeconomici variabile nel tempo e pertanto, per evitare sprechi di risorse, l’offerta ne deve tenere conto. Per i servizi alla persona la dimensione ideale è quella comunale e nelle grandi città il quartiere. In questo modo si potrebbe anche riprendere ad investire in quella comunità locale che l’individualismo generato dalla società dei consumi ha ridimensionato.
Dunque il sindacato come dovrebbe comportarsi?
Il sindacato da solo non può fare nulla. Dovrebbe agire assieme alla rappresentanza d’impresa riformando il sistema contrattuale spostando il baricentro più sul territorio che a livello aziendale. Oltre il 90% delle imprese italiane, circa il 46% della forza lavoro, è occupato in imprese nelle quali non si può esercitare la rappresentanza. Senza rappresentanza le scelte sono unilaterali e infatti prendiamo atto dei testi scritti dalle imprese per gli accordi di produttività. In Alto Adige abbiamo provato a cambiare paradigma. Abbiamo firmato un accordo interconfederale territoriale a dicembre scorso. In esso si prevede un ruolo attivo di tutte le pari sociali per diffusione degli accordi anche nelle micro imprese e la realizzazione del portale welfare territoriale al quale stiamo lavorando. Abbiamo esteso il diritto di assemblea sindacale sotto i 15 dipendenti, abbiamo previsto che i premi andranno investiti in aziende del territorio di modo tale da generare attività economica, salari migliori e ulteriore occupazione in un’area che può già vantare i dati migliori d’Europa.
Mi spieghi meglio.
La nostra organizzazione sindacale ha deciso di valutare i risultati ottenuti per i lavoratori rispetto alla sua attività di rappresentanza collettiva. Ci siamo accorti che oltre il 90% dei nostri iscritti si associa per i servizi. Il dato non sarebbe diverso se ci riferissimo alle associazioni d’impresa che infatti convengono con noi sulla necessità di implementare relazioni industriali innovative per il territorio. Anche se abbiamo quasi la piena occupazione, tutti vediamo che la dinamica dei redditi è inefficace rispetto alla distribuzione degli stessi. Per questa ragione la produttività territoriale è bassa e solo leggermente più alta di quella nazionale. Per garantire un ottimo sistema di welfare anche in futuro, abbiamo deciso di fare sistema con il pubblico e per questo stiamo lavorando alla semplificazione massima della partecipazione dei lavoratori alle dinamiche d’impresa. Per ottenere questi risultati è necessario avere sindacalisti da entrambe le parti del tavolo che sappiano interpretare le dinamiche sociali nella direzione del benessere collettivo. Stiamo lavorando sulla formazione continua e sull’aumento delle competenze contrattuali che non sono scontate in un ambito nel quale la maggioranza dei dipendenti delle associazioni di rappresentanza è impiegato nei servizi individuali.
Quale ritiene che siano i punti su i quali il sindacato deve insistere maggiormente?
Il sindacato italiano, che rimane uno dei più forti del mondo, dovrebbe pensare alla rappresentanza in termini di valutazione dei risultati raggiunti in termini di redistribuzione dei redditi e del benessere generale della forza lavoro. Se la maggioranza della popolazione si è indebolita, se ha perso sicurezze perché ci hanno fatto credere per stare bene dobbiamo essere precari, allora è venuto il tempo di ammettere che servirebbe un cambio di paradigma. Personalmente mi sono fatto questa opinione: i contratti nazionali dovrebbero essere ridotti drasticamente di numero ed essere sottoscritti da organizzazioni che da ambo i lati del tavolo siano certificate come rappresentative. A questo livello dovrebbero essere rappresentate le professionalità soprattutto quelle del terziario avanzato che oggi sono sparse in una miriade di contratti, ma che sono trasversali rispetto ad essi. Sempre nel CCNL dovrebbero essere statuite le regole generali dei rapporti di lavoro e i diritti legati al settore. Tutto il resto, ad iniziare dal welfare integrativo, dovrebbe essere demandato alla gestione territoriale perché solo la redistribuzione del reddito laddove esso è prodotto può far aumentare la responsabilità sociale della rappresentanza collettiva. Se applicassimo questo schema penso che i destinatari della nostra attività si renderebbero conto del valore dello stare assieme per obiettivi. In una società individualista nella quale si comunica consumando, sarebbe un bellissimo segnale di inversione di tendenza che farebbe aumentare la fiducia in noi e nel futuro.
Tommaso Nutarelli