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Malorgio, a rischio non solo il porto di Trieste ma tutto il sistema trasporti. Il governo ha sottovalutato il problema green pass

Emanuele Ghiani
Emanuele Ghiani
Ottobre14/ 2021

Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, sulle conseguenze della battaglia contro il green pass aperta dai portuali di Trieste, ma che potrebbe estendersi a tutto il sistema trasporti e logistica.

Malorgio, la protesta al porto di Trieste rischia di paralizzare l’intera area portuale. Aldilà delle motivazioni, cioè il no al green pass dei portuali, come è possibile che si realizzi un simile blocco a fronte di un così ridotto numero di lavoratori coinvolti?

Intanto, le faccio un quadro più generale: il sistema dei trasporti è un sistema delicato, che ha le sue peculiarità. La percentuale di vaccinati tra i lavoratori del settore è nella media del Paese, ma nei trasporti anche piccoli numeri di lavoratori possono bloccare l’intero sistema. Quindi se coloro che lavorano, ad esempio, in alcuni gangli fondamentali come gli autisti, macchinisti, oppure sulle gru o sulle sale operative, non hanno il green pass e non possono accedere al lavoro, il rischio di bloccare tutto il sistema esiste.

Quindi questo non riguarda solo il sistema portuale.

No, riguarda tutto il settore dei trasporti, da quello pubblico, al ferroviario, al portuale, soprattutto l’autotrasporto, per quanto riguarda la logistica. Un altro elemento di delicatezza è la grande internazionalizzazione del sistema trasporti, che non è governabile solo dall’Italia.

In che senso?

Abbiamo una dipendenza molto alta dagli approvvigionamenti esteri. Non solo per quanto riguarda l’import ma anche per il trasporto delle merci. Non abbiamo il controllo della nostra catena logistica. Questo significa che il 75% della merce arriva dall’estero, tramite aziende di trasporti anch’esse estere, oppure italiane ma con una gran parte di lavoratori stranieri. Prendiamo come esempio i lavoratori dell’autotrasporto provenienti dell’Est Europa: molti non sono vaccinati oppure lo sono ma con vaccini non riconosciuti dall’Italia, come il vaccino Sputnik, e di conseguenza non ottengono il diritto ad ottenere il green pass. Stessa storia per i marittimi. Ora il governo è intervenuto con una norma (sebbene tardivamente) che consente ai camionisti dipendenti da aziende estere di entrare in Italia anche senza green pass, rispettando le norme di sicurezza previste dall’accordo sulla sicurezza nei trasporti concordato con il sindacato (non puoi scendere dal camion, devi mantenere le distanze e usare ad esempio servizi dedicati). Questo ha risolto un tema esplosivo ma non il problema più generale che è legato ai tanti lavoratori dell’est dipendenti da aziende italiane che pur essendo vaccinati con sputnik, per i quali quella regola non vale e quindi non lavoreranno, con un rischio di difficoltà del sistema della logistica e dell’approvvigionamento.

Ma perché le proteste si sono accese proprio a Trieste?

Il nord-est ha notoriamente una propensione alla vaccinazione più bassa rispetto al resto del Paese. Preciso che questi sono dati generali, quindi non riguardano nello specifico il nostro settore. In particolare, in quell’area esiste un porto importante come quello di Trieste dove si registrano percentuali importanti di non vaccinati. In questo contesto si colloca la vicenda delle proteste.

Qual è la situazione degli altri porti come Genova o Gioia Tauro?

C’è qualche elemento di difficoltà su Genova e forse su Gioia Tauro, ma non delle dimensioni del porto di Trieste. Ma i porti sono solo un pezzo del problema. In realtà, uno degli elementi di criticità maggiori è nell’autotrasporto. Il porto potrebbe anche funzionare, ma se si bloccasse l’autotrasporto la nave potrebbe solo scaricare le merci al porto ma dopo non ci sarebbe nessuno a trasportarle con i camion in giro per l’Italia. Ecco perché abbiamo valutato come parziale l’intervento del Ministero dell’Interno sul tema portuale. Il ministro consiglia alle aziende di pagare i tamponi. Per inciso, è la prima volta che il governo chiede una cosa del genere ed è un primo elemento di cambio di linea che registriamo, dopodiché il Viminale ha raccomandato, in relazione alle attività in ambito portuale, la messa a disposizione per il personale sprovvisto di green pass di tamponi gratuiti.

Voi come avete reagito?

Come sindacati unitariamente abbiamo scritto una lettera al ministro, sottolineando che se per loro il tema è la tutela dei servizi pubblici essenziali e la difesa della catena della logistica per gli approvvigionamenti, quel sistema non si ferma al porto; ci sono i marittimi, autotrasporto, i magazzini, I distributori, trasporto pubblico, il trasporto aereo, insomma bisogna estendere i tamponi gratuiti anche agli altri lavoratori del settore, non si può vedere solo un pezzettino del problema. Inoltre, abbiamo fatto notare che in questo modo c’è una rottura di equità tra i lavoratori. Ai punti di difficoltà sulla vicenda del green pass che si stanno scaricando sul mondo del lavoro si aggiungono queste differenze tra i lavoratori.

Chiedendo questa estensione dei tamponi anche ad altri lavoratori non esiste la possibilità che anche altri settori chiedano altrettanto fino ad allargarsi a tutto il mondo del lavoro?

Su questo mi pare che il nostro segretario generale, Maurizio Landini, abbia autorevolmente espresso la sua posizione sul tema tamponi.

Sul blocco del porto di Trieste, dal punto di vista delle relazioni industriali la situazione è bloccata, non ci sono margini di trattativa. Come sindacati di settore potete intervenire in qualche modo per evitare l’imminente blocco?

Vorrei ricordare che la legge non ci assegna nessun tipo di ruolo, scarica tutto nelle mani dell’azienda, come la responsabilità del controllo, tutto. Semmai bisognerebbe fare questa domanda al Governo, con cui abbiamo provato a interloquire, chiarendo che il sistema dei trasporti è complesso e delicato. Bisognava ragionarci bene sopra ed arrivarci preparati a questo. Purtroppo, la complessità del sistema è stata sottovalutata, come non è stata presa per tempo in mano la situazione.

Considerato che la via di dialogo con il ministero potrebbe prendere tempo e dato che domani si potrebbe bloccare il porto, avete provato a interloquire direttamente anche con questi sindacati di Trieste?

No, non abbiamo uno strumento per farlo. Se non ho in mano qualcosa che mi dà il Governo, cosa posso dire innanzitutto a quei lavoratori, prima ancora che a quei sindacati? Non ho niente da dire. Perché a oggi, risposte, non ne sono arrivate. Non ho un potere taumaturgico e dire a tutti di fidarsi del sottoscritto. Inoltre, mi pare di capire che la loro posizione è contraria al green pass, mentre noi vogliamo gestirlo diversamente, e divergiamo su questo punto. Noi non vogliamo strumentalizzazioni politiche che rischiano di avere uno stampo eversivo e pensiamo che la sicurezza dei lavoratori e il bene del paese debbano convivere. Durante la pandemia, grazie al rapporto del sindacato col governo e le imprese, il Paese non si è mai fermato. Oggi, col virus che arretra, per assurdo, aumenta il rischio che si fermi. La pratica del confronto da i suoi frutti, e questo andrebbe sempre ricordato.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Redattore de Il diario del lavoro.