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Lavoro: “Che sia umano!”

redazione
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Settembre01/ 2021

Il 17 giugno 2021 papa Francesco ha rivolto un videomessaggio alla 109a Conferenza internazionale del lavoro, il vertice che ogni anno riunisce i rappresentanti dei Paesi membri dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). Di seguito pubblichiamo il testo integrale, e gli interventi di due esperti del mondo del lavoro, il giuslavorista Pietro Ichino, il sindacalista Gaetano Sateriale, apparsi sulla rivista Aggiornamenti Sociali, attraverso i quali possiamo collocare il pensiero universale di Papa Francesco all’interno della prospettiva italiana.

 

Lavoro: «Che sia umano!»

Due esperti a confronto

con le parole di papa Francesco

Nella linea di costante attenzione al mondo del lavoro che lo contraddistingue, il 17 giugno 2021 papa Francesco ha rivolto un videomessaggio alla 109a Conferenza internazionale del lavoro, il vertice che ogni anno riunisce i rappresentanti dei Paesi membri dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). Non si tratta di un indirizzo di circostanza, ma di un intervento sostanziale, di cui pubblichiamo qui di seguito il testo. In questa fase tanto delicata, il Papa si mette in ascolto del mondo del lavoro, in par- ticolare delle sue fasce più vulnerabili: donne, giovani, migranti, lavoratori dell’economia informale, ecc. Per favorire un cambio di rotta, propone una rinnovata attenzione alla protezione sociale, lo sviluppo di una cultura della solidarietà e una concezione del lavoro che incorpori la dimensione della cura. Infine invita gli attori costitutivi della struttura tripartita dell’OIL – Governi, sindacati, organizzazioni datoriali – a lavorare insieme per il bene comune, ciascuno secondo il proprio ruolo e la propria vocazione. Per collocare in prospettiva italiana un messaggio che è rivolto al mondo intero, abbiamo chiesto un commento a Pietro Ichino e Gaetano Sateriale, perché, con ruoli diversi, al mondo del lavoro e alla dignità dei lavoratori hanno dedicato tutta la vita e molta passione. Messaggio e commenti offrono abbondanti stimoli anche in vista della ormai prossima Settimana sociale dei cattolici italiani (Taranto, 21-24 ottobre 2021).

 

Costruire un nuovo futuro del lavoro

Videomessaggio in occasione

della 109a Conferenza internazionale del lavoro

Papa Francesco

Signor Presidente della Conferenza internazionale del lavoro, stimati Rappresentanti dei Governi, delle Organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori,

Ringrazio il Direttore Generale Guy Ryder, che tanto cortesemente mi ha invitato a presentare questo messaggio al Vertice sul mondo del lavoro. Questa Conferenza è stata convocata in un momento cruciale della storia sociale ed economica, che presenta gravi e vaste sfide per il mon- do intero. Negli ultimi mesi, l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), attraverso i suoi rapporti periodici, ha svolto un lavoro encomiabile, dedicando particolare attenzione ai nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Durante la persistente crisi, dovremmo continuare a esercitare una “spe- ciale cura” del bene comune. Molti degli sconvolgimenti possibili e previsti non si sono ancora manifestati, e quindi saranno necessarie decisioni at- tente. La diminuzione delle ore lavorate negli ultimi anni si è tradotta sia in perdita di posti di lavoro, sia in una riduzione dell’orario di lavoro di quanti hanno conservato il proprio impiego. Molti servizi pubblici, come anche molte imprese, hanno dovuto far fronte a difficoltà tremende, alcu- ni correndo il rischio di fallimento totale o parziale. Nel 2020 in tutto il mondo abbiamo constatato una perdita di posti di lavoro senza precedenti. In vista di un rapido ritorno a una maggiore attività economica al ter- mine della minaccia della COVID-19, evitiamo le passate fissazioni sul profitto, l’isolazionismo e il nazionalismo, il consumismo cieco e la negazione delle chiare evidenze che segnalano la discriminazione dei nostri fratelli e sorelle “scartabili” nella nostra società. Al contrario, cerchiamo soluzioni che ci aiutino a costruire un nuovo futuro del lavoro fondato su condizioni lavorative decenti e dignitose, che provenga da una contratta- zione collettiva e promuova il bene comune: questa base farà del lavoro una componente essenziale della nostra cura della società e della creazione.

In tal senso, il lavoro è veramente ed essenzialmente umano. Di questo si tratta: che sia umano.

Prima chi sta ai margini

Ricordando il ruolo fondamentale che svolgono questa Organizzazione e questa Conferenza come ambiti privilegiati per il dialogo costruttivo, siamo chiamati a dare priorità alla nostra risposta ai lavoratori che si trovano ai margini del mondo del lavoro e che si vedono ancora colpiti dalla pandemia di COVID-19: lavoratori poco qualificati, a giornata, del settore informale, lavoratori migranti e rifugiati, quanti svolgono quelli che si è soliti denominare “lavori delle 3 D”: sporchi, pericolosi, e degradanti 1; e l’elenco potrebbe continuare.

Normalmente molti migranti e lavoratori vulnerabili, insieme alle loro famiglie, restano esclusi dall’accesso a programmi nazionali di pro- mozione della salute, prevenzione delle malattie, cura e assistenza, come pure dai piani di protezione finanziaria e dai servizi psicosociali. È uno dei tanti casi di quella filosofia dello scarto che ci siamo abituati a imporre nelle nostre società. Questa esclusione complica l’individuazione precoce, l’esecuzione di test, la diagnosi, il tracciamento dei contatti e la ricerca di assistenza medica per la COVID-19 per i rifugiati e i migranti, e aumenta quindi il rischio che si producano focolai tra quelle popolazioni. Tali foco- lai possono rimanere fuori controllo o addirittura occultati volutamente, il che costituisce un’ulteriore minaccia per la salute pubblica 2.

La mancanza di misure di protezione sociale di fronte all’impatto del- la COVID-19 ha provocato un aumento di povertà, disoccupazione, sot- toccupazione, lavoro informale e ritardi nell’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro: tutti problemi molto gravi; ma ancora più gravi sono conseguenze quali l’aumento del lavoro infantile, la vulnerabilità al traffico di persone, l’insicurezza alimentare e la maggiore esposizione all’infezione di malati e anziani. A tale riguardo, sono grato per questa opportunità di esporre alcune preoccupazioni e osservazioni chiave.

Promozione del bene comune e della protezione sociale

In primo luogo, è missione fondamentale della Chiesa fare appello a tutti a lavorare congiuntamente, con i Governi, le organizzazioni multilaterali e la società civile, per mettersi a servizio e prendersi cura del bene comune e garantire la partecipazione di tutti in questo impe- gno. Nessuno dovrebbe essere lasciato da parte in un dialogo per il bene comune, il cui obiettivo è, soprattutto, costruire e consolidare la pace e

la fiducia tra tutti. I più vulnerabili – i giovani, i migranti, le comunità indigene, i poveri – non possono essere lasciati da parte in un dialogo a cui dovrebbero partecipare anche Governi, imprenditori e lavoratori. È altresì essenziale che tutte le confessioni e le comunità religiose s’impegnino insieme. La Chiesa ha una lunga esperienza nella partecipazione a questi dialoghi attraverso le sue comunità locali, movimenti popolari e organiz- zazioni, e si offre al mondo come costruttrice di ponti per aiutare a creare le condizioni di tale dialogo o, ove opportuno, aiutare a facilitarlo. Questi dialoghi per il bene comune sono essenziali per costruire un futuro solidale e sostenibile per la nostra casa comune e dovrebbero tenersi a livello sia comunitario, sia nazionale e internazionale. Una delle caratteristiche del vero dialogo è che quanti vi partecipano siano su un piano di uguaglianza in termini di diritti e doveri, non che uno che ha meno diritti o più diritti dialoghi con uno che non li ha. Lo stesso livello di diritti e doveri garan- tisce un dialogo serio.

In secondo luogo, è anche essenziale per la missione della Chiesa garantire che tutti ottengano la protezione di cui hanno bisogno a seconda delle loro vulnerabilità: malattia, età, disabilità, condizione di migranti o sfollati, emarginazione o dipendenza. I sistemi di protezione so- ciale, che a loro volta stanno affrontando rischi importanti, devono essere sostenuti e ampliati per assicurare l’accesso ai servizi sanitari, all’alimenta- zione e alla risposta ai bisogni umani di base. In tempi di emergenza, come la pandemia di COVID-19, si richiedono misure speciali di assistenza. È importante anche un’attenzione particolare alla prestazione di assistenza integrale ed efficace attraverso i servizi pubblici. I sistemi di protezione sociale sono stati chiamati ad affrontare molte delle sfide della crisi, e allo stesso tempo i loro punti deboli sono diventati più evidenti. Infine, si deve garantire la protezione dei lavoratori e dei più vulnerabili mediante il ri- spetto dei loro diritti fondamentali, incluso il diritto alla sindacalizzazione: unirsi in un sindacato è un diritto. La crisi della COVID-19 ha già inciso sui più vulnerabili e questi non dovrebbero vedersi colpiti negativamente dalle misure per accelerare una ripresa centrata unicamente sugli indicatori economici: c’è bisogno anche di una riforma del modo economico, una riforma dell’economia dalle fondamenta. Il modo di portare avanti l’eco- nomia deve essere diverso, deve a sua volta cambiare.

In questo momento di riflessione, in cui cerchiamo di modellare la nostra azione futura e di dare forma a un’agenda internazionale post- COVID-19, dovremmo prestare particolare attenzione al pericolo reale di dimenticare quanti sono rimasti indietro. Corrono il rischio di essere attaccati da un virus ancora peggiore, quello dell’indifferenza egoi- sta: una società non può progredire scartando! Questo virus si propaga con il pensiero che la vita è migliore se è migliore per me, e che tutto va bene se va bene per me; si inizia così e si finisce selezionando una persona al posto di un’altra, scartando i poveri, sacrificando quanti sono rimasti indietro sul cosiddetto “altare del progresso”. È una vera e propria dinamica elitaria, di costituzione di nuove élite al prezzo dello scarto di molte persone e di molti popoli.

 

1 L’espressione viene dall’inglese, in quanto i tre aggettivi che indicano questi lavori (dirty, dangerous and demeaning) iniziano tutti con la lettera “d” [N.d.R.].

2 Cfr World Health Organization, Preparedness, prevention, and control of coronavirus disease (COVID-19) for refugees and migrants in non-camp settings. Interim Guidance, 17 aprile 2020, <www.who.int/publications/i/item/preparedness-prevention-and-control-of- coronavirus-disease-(covid-19)-for-refugees-and-migrants-in-non-camp-settings>.

 

Eliminare le disuguaglianze

Guardando al futuro, è fondamentale che la Chiesa, e quindi l’azione della Santa Sede con l’OIL, sostenga misure che pongano rimedio a situa- zioni ingiuste o scorrette che incidono sui rapporti di lavoro, rendendoli completamente soggiogati all’idea di “esclusione”, o violando i diritti fon- damentali dei lavoratori. Costituiscono una minaccia le teorie che conside- rano il profitto e il consumo come elementi indipendenti o come variabili autonome della vita economica, escludendo i lavoratori e determinando il loro squilibrato standard di vita: «Oggi tutto entra nel gioco della competi- tività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita» (Evangelii gaudium, n. 53).

La pandemia in corso ci ha ricordato che non ci sono differenze né confini tra quanti soffrono. Siamo tutti fragili e, al tempo stesso, di gran- de valore. Speriamo che quanto sta accadendo attorno a noi ci scuota profondamente. È giunto il momento di eliminare le disuguaglianze, di curare l’ingiustizia che sta minando la salute dell’intera famiglia umana. Di fronte all’Agenda dell’OIL, dobbiamo continuare nella linea già seguita nel 1931, quando papa Pio XI, dopo la crisi di Wall Street e nel mezzo della Grande depressione, denunciò l’asimmetria tra lavoratori e imprenditori come una flagrante ingiustizia che concedeva al capitale carta bianca e libertà di azione. Diceva così: «Per lungo tempo certamente il capitale troppo aggiudicò a sé stesso. Quanto veniva prodotto e i frutti che se ne ricavavano, ogni cosa il capitale prendeva per sé, lasciando appena all’operaio tanto che bastasse a ristorare le forze» (Quadragesimo anno, n. 55). Anche in quelle circostanze, la Chiesa promosse la posizione secondo cui non basta che la remunerazione per il lavoro svolto soddisfi i bisogni immediati e attuali dei lavoratori, ma deve consentire loro la possibilità di risparmiare per l’avvenire delle loro famiglie o di realizzare investimenti capaci di garantire un margine di sicurezza per il futuro.

Così, fin dalla prima sessione della Conferenza internazionale 3, la San- ta Sede sostiene una regolamentazione uniforme applicabile al lavoro

La prima Conferenza internazionale del lavoro si svolse a Berlino nel 1890. Organizzata dalla Germania, vi presero parte i rappresentanti di 14 Paesi, che affrontarono in particolare tre temi (lavoro nelle miniere, lavoro domenicale, lavoro minorile e femminile), formulando una serie di raccomandazioni che influenzeranno le legislazioni nazionali [N.d.R.].

in tutti i suoi diversi aspetti, come garanzia per i lavoratori 4. È sua con- vinzione che il lavoro, e pertanto i lavoratori, possono contare su garanzie, sostegno e rafforzamento se li si protegge dal “gioco” della deregolamen- tazione. Inoltre, le norme giuridiche devono essere orientate verso la cre- scita dell’occupazione, il lavoro dignitoso e i diritti e i doveri della persona umana. Sono tutti strumenti necessari per il suo benessere, per lo sviluppo umano integrale e per il bene comune.

La Chiesa cattolica e l’OIL, conformemente alle loro differenti nature e funzioni, possono continuare a mettere in atto le rispettive strategie, ma possono anche continuare ad approfittare delle opportunità che si presen- tano per collaborare in un’ampia varietà di azioni importanti.

 

Una corretta concezione del lavoro

Per promuovere questa azione comune è necessario intendere corretta- mente il lavoro. Il primo elemento di questa concezione ci invita a foca- lizzare la necessaria attenzione su tutte le forme di lavoro, includendo le forme di occupazione non standard. Il lavoro va al di là di ciò che è tradizionalmente noto come “impiego formale” e l’Agenda del lavoro di- gnitoso deve includere tutte le forme di lavoro. La mancanza di protezione sociale dei lavoratori dell’economia informale e delle loro famiglie li rende particolarmente vulnerabili agli shock, poiché non possono contare sulla protezione che offrono la sicurezza sociale o i programmi di assistenza sociale contro la povertà. Le donne dell’economia informale, incluse le venditrici ambulanti e le collaboratrici domestiche, risentono dell’impatto della COVID-19 sotto diversi punti di vista: dall’isolamento all’esposizione estrema a rischi per la salute. Non disponendo di asili nido accessibili, i figli di queste lavoratrici sono esposti a un maggior rischio per la salute, perché le madri devono portarli sul posto di lavoro o lasciarli a casa incu- stoditi 5. Pertanto, è particolarmente necessario garantire che l’assistenza sociale giunga all’economia informale e presti speciale attenzione ai bisogni particolari delle donne e delle bambine.

La pandemia ci ricorda che molte donne di tutto il mondo continuano ad anelare alla libertà, alla giustizia e all’uguaglianza tra tutte le persone umane: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimen- to dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni Paesi. Non sono ancora del tutto sradicati costumi inaccettabili. Anzitutto la vergognosa violenza che a volte si usa nei confronti delle donne, i maltrattamenti familiari e varie forme di schiavitù […]. Penso alla […] disuguaglianza dell’accesso a posti di lavoro dignitosi e ai luoghi in cui si prendono le decisioni» (Amoris laetitia, n. 54). Il secondo elemento per una corretta comprensione del lavoro è il seguente: se il lavoro è una relazione, allora deve includere la dimensione della cura, perché nessuna relazione può sopravvivere senza cura. Qui non ci riferiamo solo al lavo- ro di cura, di cui la pandemia ci ricorda l’importanza fondamen- tale, che forse avevamo trascura- to. La cura va oltre, deve essere una dimensione di ogni lavoro. Un lavoro che non si prende cu- ra, che distrugge la creazione, che mette in pericolo la soprav- vivenza delle generazioni future, non è rispettoso della dignità dei lavoratori e non si può conside- rare dignitoso. Al contrario, un lavoro che si prende cura e favo- risce il ripristino della piena di- gnità umana, contribuirà ad as- sicurare un futuro sostenibile alle generazioni future 6. In questa dimensione della cura rientrano, in primo luogo, i lavoratori. Una domanda che possiamo farci nel quotidiano è: «Per esempio, co- me un’impresa si prende cura dei suoi lavoratori?».

Oltre a una corretta comprensione del lavoro, uscire dalla crisi attuale in condizioni migliori richiederà lo sviluppo di una cultura della soli- darietà, per contrastare la cultura dello scarto che è all’origine della disuguaglianza e che affligge il mondo. Per raggiungere questo obiettivo, occorrerà valorizzare l’apporto di tutte quelle culture, come quella indige- na, quella popolare, che spesso sono considerate marginali, ma che man- tengono viva la pratica della solidarietà, che «esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici» 7. Ogni popolo ha una sua cultura, e credo che sia il momento di liberarci definitivamente dell’eredità dell’illuminismo, che associava la parola cultura a un certo tipo di formazione intellettuale o di appartenenza sociale. Ogni popolo ha la propria cultura e dobbiamo accettarla così com’è. «È pensare e agire in termini di comunità, di pri- orità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Fratelli tutti, n. 116).

 

4 Cfr Leone XIII, lettera Noi rendiamo grazie, 1890.

5 Cfr WIEGO, Informal Workers in the COVID-19 Crisis. A global picture of sudden impact and long-term risk, luglio 2020, <www.wiego.org/sites/default/files/resources/file/Informal Workers in the COVID-19 Crisis_WIEGO_July_2020.pdf>.

 

6 Cfr Care is work, work is care, Report of “The future of work – Labour after Laudato si’” Project, <https://futureofwork-labourafterlaudatosi.net>.

7 Papa Francesco, Discorso all’Incontro mondiale dei movimenti popolari, 2014.

 

La responsabilità di Governi, imprenditori e sindacati

Con queste parole mi rivolgo a voi, partecipanti alla 109a Conferenza internazionale del lavoro, perché come attori istituzionalizzati del mondo del lavoro avete una grande opportunità d’influire sui processi di cambia- mento già in atto. La vostra responsabilità è grande, ma ancora più grande è il bene che potete ottenere. Vi invito pertanto a rispondere alla sfida che abbiamo di fronte. Gli attori consolidati possono contare sull’eredità della loro storia, che continua a essere una risorsa di fondamentale importanza, ma in questa fase storica sono chiamati a restare aperti al dinamismo della società e a promuovere la comparsa e l’inclusione di attori meno tradizio- nali e più marginali, portatori di impulsi alternativi e innovativi.

Chiedo ai dirigenti politici e a quanti lavorano negli apparati governativi di ispirarsi sempre a quella forma di amore che è la carità politica: «è “un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finaliz- zato a organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non ab- bia a trovarsi nella miseria”. È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica» (ivi, n. 186).

Ricordo agli imprenditori la loro vera vocazione: produrre ricchez- za al servizio di tutti. L’attività imprenditoriale è essenzialmente «“una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti”. Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo compren- de l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza. Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e preceden- te diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso» (ivi,

  1. 123). A volte, nel parlare di proprietà privata dimentichiamo che è un diritto secondario, che dipende da questo diritto primario, che è la desti- nazione universale dei beni.

Invito i sindacalisti e i dirigenti delle associazioni dei lavoratori a non lasciarsi rinchiudere in una “camicia di forza”, a focalizzarsi sulle situa- zioni concrete dei quartieri e delle comunità in cui operano, affrontando al tempo stesso questioni legate alle politiche economiche più vaste e alle “macrorelazioni” 8. Anche in questa fase storica, il movimento sindacale ha di fronte due sfide cruciali. La prima è la profezia, collegata alla natura stessa dei sindacati, alla loro vocazione più autentica. I sindacati sono un’espressione del profilo profetico della società, nascono e rinascono ogni volta che, come i profeti biblici, danno voce a quanti non l’hanno, denunciano quelli che – come dice il profeta – venderebbero «il povero per un paio di sandali» (Amos 2,6), mettono a nudo i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più vulnerabili, difendono la causa degli stranieri, degli ultimi e dei rifiutati. Chiaro, quando un sindacato è corrotto, non può più farlo, e si trasforma assumendo lo status di una sorta di “pseudopadrone”, ugualmente lontano dal popolo.

La seconda sfida è l’innovazione. I profeti sono sentinelle che vigilano dal loro posto di osservazione. Anche i sindacati devono sorvegliare le mu- ra della città del lavoro, come una guardia che sorveglia e protegge quanti sono dentro la città del lavoro, ma che sorveglia e protegge anche quelli che stanno fuori dalle mura. I sindacati non svolgono la loro funzione fondamentale di innovazione sociale se tutelano solo i pensionati. Questo va fatto, ma è la metà del vostro lavoro. La vostra vocazione è anche di proteggere quanti ancora non hanno diritti, quanti sono esclusi dal lavoro e che sono esclusi anche dai diritti e dalla democrazia 9.

* * *

Stimati partecipanti ai processi tripartiti dell’OIL e di questa Confe- renza internazionale del lavoro, la Chiesa vi sostiene, cammina al vostro fianco. La Chiesa mette a disposizione le sue risorse, a cominciare da quelle spirituali e dalla sua dottrina sociale. La pandemia ci ha insegnato che siamo tutti sulla stessa barca e che solo insieme potremo uscire dalla crisi.

Grazie.

8 Cfr Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al 3° Incontro mondiale dei movimenti po- polari, 2016.

9 Cfr Papa Francesco, Discorso ai delegati della Confederazione italiana sindacati lavoratori (CISL), 2017.

 

Dare a tutti la possibilità di amare il proprio lavoro

Pietro Ichino

Docente di Diritto del lavoro, Università degli Studi di Milano,

Il messaggio rivolto da papa Francesco alla 109a Conferenza inter- nazionale del lavoro 1 è ricco di spunti autenticamente profetici, dei quali sono ben visibili le radici bibliche; in particolare sottolineiamo qui la preoccupazione per il contrasto alle disuguaglianze, la riflessione sul significato della vocazione dell’imprenditore, con il richiamo al principio della destinazione universale dei beni, e la proposta della cura come di- mensione fondamentale di ogni lavoro. La lettura evidenzia anche alcune debolezze o punti a rischio di generare equivoci, quali la polemica con l’illuminismo, l’immaginario legato al denaro e alla finanza e la tutela e promozione delle donne. Complessivamente si può comunque affermare che il messaggio segna una nuova tappa importante nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa.

 

Un contenuto profetico

Un primo elemento di valore profetico, che affiora lungo tutto il testo, è la preoccupazione per l’aumento delle disuguaglianze conseguente all’evoluzione tecnologica, che espone i più deboli al rischio di emargi- nazione. Il messaggio denuncia a questo proposito come peccato sociale la “cultura dello scarto”: la rinuncia a contrastare l’allargarsi del divario di produttività e di reddito, ovvero la polarizzazione della forza lavoro tra i più forti e i più deboli, condannati a essere soltanto, se va bene, beneficiari di assistenza. Riferita alla situazione italiana, la condanna della “cultura dello scarto” implica mettere in discussione un tessuto produttivo come il nostro, nel quale i più deboli sono abbandonati a se stessi, privati della ne- cessaria rete di servizi di informazione, orientamento scolastico e professio- nale, formazione mirata agli sbocchi occupazionali effettivamente esistenti, assistenza nelle transizioni professionali e nella mobilità geografica, di cui il mercato del lavoro dovrebbe essere capillarmente innervato. Nelle parole del Papa riecheggiano quelle di don Lorenzo Milani, che indicava proprio nell’istruzione e nell’apprendimento professionale la chiave per liberare i più deboli dalla trappola della povertà.

Questo discorso riguarda da vicino anche i sindacati, che devono di- fendere «la causa degli stranieri, degli ultimi e dei rifiutati». Fanno bene a

«sorvegliare le mura della città del lavoro, come una guardia che […] protegge quanti sono dentro», ma hanno anche il do- vere di proteggere «quelli che stanno fuori dalle mura», che più di tutti hanno bisogno di sostegno. Qui emerge il tema at- tualissimo del possibile conflitto di interessi fra insider e outsider e del rischio sempre incombente che le mura erette a protezione della cittadella del lavoro rego- lare si trasformino in barriere insuperabili per l’ingresso di quanti «sono esclusi dal lavoro […] dai diritti e dalla democra- zia». Di qui il comandamento biblico, rivolto non solo al sin- dacato, ma anche e soprattutto a chi ha responsabilità di gover- no, di porsi prioritariamente al servizio di questi ultimi, e una

indicazione forte in favore di un sistema di protezione capace di esten- dersi a tutte le persone che vivono del proprio lavoro e non solo alla parte che è già “dentro la cittadella”.

Un altro passaggio che merita una riflessione attenta è quello in cui il Pa- pa indica l’attività imprenditoriale come «una nobile vocazione orientata […] a migliorare il mondo per tutti», mettendo in guardia contro l’atteg- giamento tendente a vedere aprioristicamente nell’imprenditore una figura socialmente negativa. Implicitamente auspica quindi un sistema di relazioni industriali (tra imprenditori e lavoratori) fondato sul riconoscimento reci- proco dell’insostituibilità della rispettiva funzione: non ci può essere buona impresa senza buon lavoro, ma neppure buon lavoro senza buona impresa. Il punto è accompagnato dalla ripresa di un tema centrale della dottrina so- ciale della Chiesa, e cioè la «subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso»: la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda e al godimento dei relativi frutti deve costituire una sorta di prefigurazione della partecipazione di tutti – senza “scarti” né esclusioni – ai benefici del progres- so economico. In quest’ultima affermazione si coglie appieno la dimensione etica del messaggio del Papa, che si colloca su un piano diverso e più alto rispetto al discorso giuridico ed economico e si fonda su un comandamento di giustizia le cui radici affondano nella rivelazione biblica più e prima che su argomenti di diritto positivo o analisi scientifiche.

Nel messaggio del Papa si osserva peraltro una simmetria fortemente si- gnificativa tra la qualificazione del ruolo dell’imprenditore come funzione indispensabile per la valorizzazione del lavoro umano, e la qualificazione del ruolo della persona che lavora (anche) in termini di cura: il lavoro

«deve includere la dimensione della cura, perché nessuna relazione può sopravvivere senza cura». Dunque il lavoro deve essere svolto non solo secondo la buona tecnica, la “regola d’arte”, ma anche con “diligenza”, termine che rimanda direttamente al verbo latino diligere, cioè amare. È responsabilità dell’imprenditore realizzare le condizioni affinché ciascuno nell’impresa possa amare fino in fondo il proprio lavoro e l’azienda stessa che lo rende possibile e lo valorizza.

1 Il testo del messaggio è disponibile alle pp. 441-448 di questo fascicolo e da esso sono tratte tutte le citazioni che appaiono in queste pagine.

Precisazioni a scanso di equivoci

Uno dei passaggi che può suscitare perplessità è l’auspicio che possia- mo «liberarci definitivamente dell’eredità dell’illuminismo»: a più di due secoli di distanza dalle origini di quel movimento di pensiero, mi sembra che la Chiesa possa lasciarsi alle spalle polemiche e contrapposizioni anche durissime, che lo spirito evangelico impone di collocare nel loro conte- sto storico, e riconoscere i meriti dell’illuminismo nella civilizzazione del mondo, ad esempio le battaglie contro la tortura e la pena di morte, per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona e in particolare della libertà di pensiero e della ricerca scientifica, per il perfezionamento dell’or- ganizzazione dei poteri dello Stato.

Ugualmente può dare luogo a qualche equivoco anche il riferimento fortemente negativo – tratto dall’enciclica Fratelli tutti – all’«Impero del denaro». Con questa espressione il Papa intende metterci in guardia contro tutte le possibili forme di deificazione del denaro o – che è lo stesso – del mercato; essa, però, rischia di evocare e giustificare atteggiamenti de- magogici diffusi, che demonizzano i meccanismi dell’economia mo- netaria e del libero mercato, dimenticando che la moneta, a ben vedere, è segno e simbolo della fiducia reciproca tra i cittadini di una nazione, e persino di nazioni diverse, nel caso delle valute sovranazionali come l’eu- ro; ed è anche uno strumento preziosissimo per l’economia mondiale e la libertà delle persone. Anche il mercato, come la moneta, si basa sul bene comune costituito dalla fiducia tra le persone e, pur con tutti i suoi mal- funzionamenti, che devono essere tenuti a bada e corretti, è strumento in- dispensabile per la pace tra i popoli – «Dove passano le merci non passano gli eserciti», secondo la massima dell’economista francese Frédéric Bastiat (1801-1850) –, oltre che per la libertà delle persone e la contendibilità delle funzioni in seno a una società civile. Il progresso economico-sociale è in gran parte basato proprio su una buona combinazione tra contendibilità delle funzioni e parità effettiva delle opportunità di partecipare a questa pacifica contesa, che deve essere costruita con sapienza e garantita a tutti. Un’ultima notazione critica riguarda il sacrosanto appello del Papa alla difesa delle donne contro ogni forma di violenza e di discriminazio- ne: «per quanto ci siano stati notevoli miglioramenti nel riconoscimento dei diritti della donna e nella sua partecipazione allo spazio pubblico, c’è ancora molto da crescere in alcuni Paesi». L’efficacia di queste parole sa- rebbe assai maggiore se la Chiesa si aprisse a una salutare autocritica su questo punto, operando al proprio interno per il superamento di una bimillenaria esclusione delle donne dalle funzioni di maggior rilievo, alla base come al vertice. Vedo in questo un ritardo grave della Chiesa rispetto all’evoluzione della cultura di tutto il mondo civile, per il cui superamento proprio le parole del Papa dovrebbero costituire uno stimolo prezioso.

 

Una nuova fase per la dottrina sociale

Resta il fatto che questo messaggio di papa Francesco costituisce una nuova tappa di grande rilievo nell’evoluzione e arricchimento progressivo della dottrina sociale della Chiesa. Negli anni ’30 del Novecento l’enciclica Quadragesimo anno, promulgata da Pio XI nel 1931, aveva aggiunto all’im- pianto della Rerum novarum di Leone XIII (1891), emanata nell’epoca della prima rivoluzione industriale, l’idea che le persone devono poter godere dei frutti del progresso economico anche in termini di aumento della sicurezza della propria famiglia e del proprio patrimonio (la possibilità di acquisto della casa), e aveva enunciato il principio di sussidiarietà nei rapporti tra Stato e società civile. Nel 1961, con la Mater et magistra Giovanni XXIII integra nella dottrina sociale i diritti fondamentali della persona; nel 1967, con la Populorum progressio Paolo VI ammonisce i Paesi ricchi circa l’obbli- go che loro incombe di sostenere lo sviluppo di quelli più poveri.

Oggi, nell’era dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, il messag- gio del Papa indica come al centro della preoccupazione della Chiesa stia l’aumento delle disuguaglianze tra i forti e i deboli causato dallo sviluppo tecnologico: un rischio epocale che l’umanità intera ha il dovere di evitare. Per riuscirci occorre innervare capillarmente il tessuto produtti- vo dei servizi indispensabili per pareggiare le dotazioni di tutte le persone che vivono del proprio lavoro, ma soprattutto coltivare un modello di funzionamento dell’impresa che renda possibile a ogni persona amare il proprio lavoro, l’organizzazione che lo rende possibile e lo valorizza, così come ogni altra persona al cui servizio l’azienda si pone.

 

Un lavoro sostenibile

per uno sviluppo sostenibile

Gaetano Sateriale

 

Lo sguardo di papa Francesco sul lavoro ha da sempre un’ampiezza globale, comprendendo ogni forma di lavoro e la necessità di sal- vaguardare la dignità di tutti i lavoratori 1. Il videomessaggio inviato alla 109a Conferenza internazionale del lavoro 2 aggiorna la sua visione alla luce dell’emergenza pandemica, dei rischi e delle sfide che la ripresa economica porrà a tutte le parti sociali e ai governi.

 

Una chiamata generale

Il videomessaggio è una vera e propria “chiamata generale”: stiamo vi- vendo «un momento cruciale della storia sociale ed economica», che può portare a «una perdita di posti di lavoro senza precedenti». Questo pone una sfida al cambiamento del sistema economico, che non può tornare a essere quello che del profitto inteso come variabile indipendente e del- lo «scarto» di beni e di persone, più volte denunciati nelle encicliche del Papa 3. Se si lascia che siano le dinamiche del mercato a trainare lo sviluppo, c’è il rischio e forse la certezza che si moltiplicheranno le diseguaglianze sociali ed economiche. Al contrario, Francesco sollecita i membri della Conferenza, cioè sindacati, imprese e Governi, a ricollocare il «bene comune» al centro delle strategie di sviluppo.

Nasce qui una prima importante considerazione: siamo abituati a sen- tire parlare di bene comune in astratto, oppure con riferimento a ciascu- na delle risorse strategiche per uno sviluppo sostenibile: l’acqua, l’aria, la natura, il clima, ecc. Papa Francesco semplifica e universalizza il tema: il bene comune è il benessere di tutti. Sono le condizioni di vita di tutti noi a costituire il bene comune, non una priorità terza. Nel bene comune di tutti rientra la tutela della natura e del pianeta. Ed è bene ricordare che, sulla base della Laudato si’, nel termine “tutti” è compreso il genere umano insieme a tutte le creature. Non è certo un caso che la Laudato si’ sia uscita pochi mesi prima dell’approvazione da parte dell’ONU dell’A- genda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di una convergenza che aggiunge valore a entrambi i messaggi e allarga la platea dei destinatari:

gli Stati da un lato, le comuni- tà dall’altro. Anche su questo il Papa è preciso: le encicliche, così come il recente videomessaggio, sono rivolte certo ai credenti – non solo cattolici –, ma anche a tutte le comunità che intendano operare, appunto, per la «casa comune».

Nel videomessaggio c’è un ulteriore elemento di grande rilevanza strategica, che colloca il lavoro non al margine, come mero risultato residuale delle politiche economiche sostenibi- li, ma lo individua come centro (leva ed effetto) del benessere comune, «componente essen- ziale della nostra cura della so- cietà e della creazione»: il lavoro è «veramente ed essenzialmente umano» solo se costituisce un percorso di realizzazione perso- nale e uno strumento di relazio- ne e coesione. In sintesi, la sfida che abbiamo davanti a livello

planetario è creare uno sviluppo sostenibile che generi un lavoro so- stenibile, un sistema che non produca solo merci da consumare, ma servizi di cura e lavoro dignitoso. A partire dalle imprese che – dice papa Francesco – si devono prendere cura del lavoro e dei lavoratori.

La Chiesa con le sue attività concrete, oltre che con le sue importanti esortazioni, – precisa ancora il Pontefice – mette a disposizione dei Governi e delle parti sociali (lavoratori e imprese) «le sue comunità locali» per aiu- tare a tradurre concretamente i bisogni in strategie di miglioramento del benessere di tutti. Si pone dunque non solo come autorevole soggetto che parla al mondo dei credenti, ma come organizzazione di comunità operative che intende promuovere e aiutare un processo più ampio di partecipazione.

1 Per una ricostruzione ragionata del magistero di papa Francesco sul tema del lavoro, cfr Costa G. – Foglizzo P. (edd.), Il lavoro è dignità. Le parole di Papa Francesco, Ediesse, Roma 2018.

2 Il testo del messaggio è disponibile alle pp. 441-448 di questo fascicolo e da esso sono tratte tutte le citazioni che appaiono in queste pagine.

3 Tra i molti, cfr Papa Francesco, lettera enciclica Laudato si’, 2015, n. 22.

 

Una cultura della solidarietà

Ma il messaggio non si ferma a queste pur importanti considerazioni generali: non sarebbe nello stile di questo Papa. Non parla infatti del la- voro in senso generico, ma specifico. Per questo considera le forme con cui si realizza in un contesto plurale e organizzato, attraverso la sinda- calizzazione, poiché «unirsi in un sindacato è un diritto», e mette in guardia contro gli ambiti sottoposti a deregolamentazione, che significa «mancanza di protezione sociale», di previdenza, sicurezza e assistenza.

Le disuguaglianze interne al mondo del lavoro vanno superate con la «negoziazione collettiva», agendo lungo due direttrici. La prima è miglio- rare le condizioni di lavoro e i diritti a partire da una remunerazione «che non si limiti a soddisfare i bisogni immediati e attuali dei lavoratori», ma sia capace di «garantire un margine di sicurezza per il futuro» delle loro famiglie. La seconda è ampliare le forme di tutela sociale per i giovani, gli anziani e le donne che sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia. Anche in questo caso il Papa è esplicito, indicando gli asili nido come uno degli strumenti fondamentali di coesione e tutela.

Le disuguaglianze interne al mondo del lavoro vanno superate con la «negoziazione collettiva», agendo lungo due direttrici. La prima è miglio- rare le condizioni di lavoro e i diritti a partire da una remunerazione «che non si limiti a soddisfare i bisogni immediati e attuali dei lavoratori», ma sia capace di «garantire un margine di sicurezza per il futuro» delle loro famiglie. La seconda è ampliare le forme di tutela sociale per i giovani, gli anziani e le donne che sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia. Anche in questo caso il Papa è esplicito, indicando gli asili nido come uno degli strumenti fondamentali di coesione e tutela.

Questo appello assume particolare rilevanza perché rivolto a un conses- so internazionale globale: purtroppo, infatti, l’idea di un welfare universale garantito è rimasta sostanzialmente solo europea, e per di più indebolita dalle miopi politiche di austerity degli ultimi anni. Anche questa visione dell’assistenza di papa Francesco è ampia e universale, comprendendo non solo i cittadini più fragili, ma anche coloro che cittadini non sono, né per diritti acquisiti, né per lavoro, né per condizioni di vita, cioè i migranti; propone cioè una logica che muove dagli ultimi per allargare l’area dei diritti e del benessere per tutti, una cultura che parte dall’assistenza, ma la supera per favorire l’inclusione. Illuminanti su questo tema le esem- plificazioni che spiegano la differenza tra la carità verso coloro che sono in difficoltà della persona comune e quella del politico. Costruire ponti e non solo aiutare ad attraversare il fiume, «creare lavoro» anziché dare solo da mangiare è una forma di «carità che nobilita la sua azione politica». Uscire dalle attuali condizioni «richiederà lo sviluppo di una cultura della soli- darietà», che assuma le priorità di tutti e non «l’appropriazione di beni da parte di alcuni»: la solidarietà contro lo scarto, la dignità del lavoro contro la deregolamentazione.

 

Linee di attuazione

Il videomessaggio del Papa offre spunti di indubbia rilevanza strategi- ca. In che modo i soggetti a cui è diretto, che costituiscono la struttura tripartita dell’OIL, cioè Governi, sindacati e associazioni imprenditoriali, possono darvi attuazione? Tra le molte possibili, si propongono qui tre considerazioni.

La prima riguarda l’Unione Europea, che, a causa della pandemia, ha cambiato l’asse della propria politica economica dall’attenzione maniacale all’equilibrio dei bilanci pubblici in difesa della stabilità monetaria a un uso propulsivo della spesa pubblica in difesa del benessere dei cittadini: è questo il senso dell’ambizioso piano NextGenerationEU. La priorità è ga- rantire che gli Stati utilizzino coerentemente le risorse disponibili verso tre obiettivi prioritari: il Green deal o transizione ecologica, un’innovazione digitale legata ai bisogni delle persone e la coesione sociale. Anche in Italia è necessario che la “messa a terra” di quelle risorse attraverso il PNRR non avvenga con la distribuzione a pioggia di benefici economico-fiscali alle imprese, ma avviando quei processi di crescita – i «ponti» e la «creazione di lavoro» cui fa riferimento il Papa – necessari ad andare oltre l’emergenza verso un modello di sviluppo sostenibile e meno diseguale. Lo strumento più utile, invocato da molti, sarebbe dar vita a un “Patto a tre per lo sviluppo sostenibile” tra Governo e parti sociali, secondo il “modello Ciampi” e l’appello di Francesco a «lavorare congiuntamente». Questo an- cora non è accaduto.

La seconda considerazione risulta particolarmente valida per l’Italia. Nel nostro Paese governance istituzionale e amministrativa sono da tempo disconnesse. La pandemia ce lo ha confermato: non c’è un sistema sanitario nazionale ma 21 sistemi regionali. I LEA (Livelli essenziali di assistenza) non sono garantiti ovunque e per chiunque, le scuole d’infanzia neppure. Le città si autogovernano senza un coordinamento, le aree interne scollega- te dai servizi e dai flussi economici si moltiplicano, i paesi e i piccoli borghi sono in via di spopolamento. Non è immaginabile, nel progressivo vuoto della rappresentanza politica, che si possano realizzare le scelte di cui sopra senza una partecipazione della società organizzata 4.

La terza considerazione è di ambito più strettamente sindacale. La di- fesa del lavoro esistente è necessaria per evitare il rischio di una «perdita di posti di lavoro senza precedenti», ma è indispensabile creare nuove imprese e nuovo lavoro per impiegare più giovani e più donne di quanto sia accadu- to negli ultimi anni ed evitare che le competenze interne siano costrette a emigrare all’estero per trovare un lavoro dignitoso. Un “reddito di cittadi- nanza” non può essere sostitutivo del lavoro. Un “lavoro di cittadinanza” può invece derivare dalla realizzazione dei tanti progetti che saranno finanziati dal PNRR. In questo caso sarà necessario innovare la con- trattazione collettiva in modo che «promuova il bene comune». Possiamo farlo attraverso la sperimentazione di una nuova forma di contrattazione territoriale partecipata da tutti i soggetti delle comunità e che si svolga a diversi livelli, in grado perciò di «focalizzarsi sulle situazioni concrete dei quartieri e delle comunità […], affrontando al tempo stesso questioni legate alle politiche economiche più vaste».

 

4 A riguardo cfr il recente Quaderno ASviS “Fratelli tutti” alla luce dell’obiettivo 16 dell’A- genda 2030 dell’ONU, pubblicato il 23 aprile 2021 e disponibile in <https://asvis.it/home/10- 9648/lasvis-pubblica-unanalisi-dellenciclica-fratelli-tutti-alla-luce-del-goal-16->.