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Amazon, la sconfitta delle Unions in Alabama

Maurizio Ballistreri
Maurizio Ballistreri
Aprile12/ 2021

Mentre in Italia il primo sciopero nazionale nelle 7 sedi regionali di Amazon ha registrato adesioni di circa il 90%, e si cerca di definire un quadro regolatorio per i lavoratori interessati, i rider in primo luogo, tra legge, giurisprudenza e contrattazione collettiva, nella filiale del colosso multinazionale della logistica in Alabama, il sindacato RWDSU (Retail, Wholesale and Department Store Union), una delle unions più importanti della confederazione AFL-CIO, con i suoi 1.300.000 iscritti tra gli Stati Uniti e il Canada, ha patito una significativa sconfitta. RWDSU infatti, aveva azionato le procedure, previste dal peculiare sistema di relazioni industriali statunitensi, per chiedere ai lavoratori di decidere sulla loro sindacalizzazione, con la partecipazione al voto di circa il 55% dei 6.000 dipendenti dello stabilimento, con il no che ha ottenuto oltre 1.798 voti su 3.041, conquistando la maggioranza. A votare a favore della sindacalizzazione sono stati solo 738 lavoratori.

Stuart Appelbaum, presidente di RWDSU e uno dei vicepresidenti di AFL-CIO, il sindacato della distribuzione che aveva chiesto ai dipendenti del sito di Bessemer di aderire, ha contestato le interferenze aziendali, chiedendo al National Labor Relations Board (agenzia indipendente del governo federale che vigila sull’applicazione del diritto del lavoro negli Stati Uniti) di intervenire, mentre Amazon, dal suo versante, ha affermato  che in quello stabilimento i salari partono da 15 dollari l’ora (più del doppio di quello minimo legale in Alabama) e che fornisce servizi di welfare aziendale, come la copertura sanitaria, ai propri dipendenti, i quali godono delle pause necessarie e che, quindi, non hanno bisogno di un sindacato.

Si dirà che si tratta di uno dei conflitti sociali tipicamente americani, storicamente anche molto aspri, derivante dal modello sindacale del “business unionism”, di un sindacalismo cioè, organizzato solo per il proselitismo e per tutelare gli iscritti attraverso la pratica del “closed shop e dell’union shop” (vietata in alcuni Stati degli USA), e più di recente del grievance procedure, che ha perso molti consensi negli ultimi anni, con un tasso di sindacalizzazione che si aggira intorno al 10%, ma che continua ad avere una significativa forza economica grazie alla gestione dei fondi pensione e di quelli sanitari, scaturenti da una contrattazione collettiva esclusivamente aziendale basata sui rapporti di forza tra le parti e che, ad esempio, nel 1997 un altro colosso della logistica, l’UPS, aveva subito una dura sconfitta nello scontro con il sindacato dei camionisti, la International Brotherhood of Teamsters, un tempo guidato dal discusso Jimmy Hoffa.

Le alterne vicende sindacali ad Amazon devono sollecitare i sindacati nei vari paesi ad assumere la consapevolezza che le loro strategie devono avere una dimensione transnazionale, assumendo quali obiettivi strategici il diritto alla libertà sindacala contro le pratiche “no-unions” come quelle ad Amazon, ovvero dei “sindacati unici di Stato” come in Cina, e lotta al dumping sociale, con lo sfruttamento dei lavoratori, in particolare donne e minori.

Un’iniziativa unificante dal valore fortemente simbolico, sarebbe un’ora di sciopero da parte di tutti i sindacali a livello globale, coordinata dalle maggiori confederazioni internazionali, la CSI con i suoi 166 milioni di aderenti in primo luogo, per rivendicare l’introduzione della clausola sociale, prevista in diverse risoluzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, quale condizione da porre ai singoli Stati, di una soglia minima inderogabile di diritti dei lavoratori, per garantire la dignità del lavoro.

Maurizio Ballistreri, Professore di Diritto del Lavoro – Direttore dell’Istituto di Studi sul Lavoro

Maurizio Ballistreri

Docente Diritto del Lavoro – Direttore dell'Istituto di Studi sul Lavoro