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La crisi dei chip proseguirà nel 2022, grandi affari per i produttori

redazione
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Gennaio13/ 2022

All’alba di una nuova era digitale, in cui le auto vengono guidate autonomamente grazie alle reti di quinta generazione e l’intelligenza artificiale s’insedia sempre più al centro delle attività umane, non c’è bene più necessario e tuttavia scarso dei chip, i microprocessori senza i quali nulla di tutto ciò che oggi circola e funziona avrebbe vita. Questa scarsità, che nel 2021 ha costretto diversi grandi compagnie a rivedere le proprie strategie di produzione, sta arricchendo sempre più alcuni giganti del settore collocati in Asia orientale, in posizioni talvolta ad alto rischio geopolitico, e sta costringendo governi ed economie a darsi una mossa.

TSMC (Taiwan Semiconductor Manifacturing Company), il principale fornitore di chip in conto terzi al mondo, ha annunciato oggi i risultati dell’ultimo trimestre del 2021: numeri che, in maniera non inattesa, fanno capire cosa sta accadendo. Il gigante dei semiconduttori, che produce tra l’altro i chip per gli iPhone, ha dichiarato utili che hanno raggiunto di 166,23 miliardi di nuovi dollari taiwanesi (5,27 miliardi di euro), +16,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020, ed entrate per 438,19 miliardi di dollari di Taiwan (13,9 miliardi di euro), +21,2 per cento su base annua. Per quanto riguarda l’intero 2021, l’incremento delle vendite è stato pari al 18,5 per cento, per un valore di 1.587 miliardi di dollari taiwanesi (50,31 miliardi di euro), e gli utili sono arrivati a 596,54 miliardi di dollari taiwanesi (18,9 miliardi di euro), con un +15,2 per cento su base annua.

Quelli di TSMC – una compagnia collocata a Taiwan, quindi in un’isola ad alto rischio geopolitico – sono risultati in linea con l’andamento dei suoi principali concorrenti. Samsung Electronics, il chaebol (conglomerato) sudcoreano che è un leader mondiale nella produzione di chip di memoria, la scorsa settimana, ha rivelato che nell’ultimo trimestre dell’anno stima ha avuto vendite per 76mila miliardi di won (56,05 miliardi di euro) e utili operativi per 13.800 miliardi di won (10,18 miliardi di euro), con un incrmento superiore al 50 per cento.

I risultati record sono frutto di una situazione che ha visto la dinamica dei prezzi di questi componenti chiave fare un deciso balzo verso l’alto. TSMC, per esempio, ha incrementato i suoi prezzi fino al 20 per cento. La giustificazione addotta è il fatto che è impegnata in imponenti investimenti con un piano triennale che prevede l’impegno di 87,7 miliardi di euro per rafforzare la sua capacità produttiva e rispondere alla crisi di forniture di semiconduttori che ha angustiato diversi settori produttivi nel 2021.

Il combinato disposto del boom di domanda di elettronica, in parte sospinto dalla pandemia Covid-19 e in parte dalla transizione digitale di comparti come quello della mobilità e del cloud computing; di una lunga serie di disastri naturali e incidenti che hanno avuto un impatto pesante sulla disponibilità di chip sul mercato; e, infine, degli effetti della crisi commerciale tra Stati uniti e Cina, ha provocato una strozzatura nella fornitura di chip in settori ad alta dipendenza da questi componenti, a partire da quello delle auto.

A luglio l’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, ha annunciato un taglio della produzione per il 2021 di circa 1,4 milioni di veicoli. A settembre la giapponese Toyota Motor, principale produttore mondiale di automobili, ha dovuto a più riprese bloccare propri impianti produttivi nel Sol levante.
General Motors, Ford, Opel e diverse altre case automobilistiche hanno dovuto ridimensionare e rimandare la loro produzione.

Le cose non sono andate bene neanche per il settore dell’elettronica di consumo, con impatti sia per le console dei videogame sia per il settore degli smartphone. La Apple, per esempio, ha tagliato del 13 per cento la produzione dei suoi iPhone 13S lo scorso anno.

La crisi dei chip ha evidenziato il forte squilibrio geopolitico di questa catena di fornitura, che vede la grandissima parte della produzione delocalizzata in Asia orientale. I primi tre produttori mondiali sono Samsung (Sudcorea), TSMC (Taiwan), SK Hynix (Sudcorea). Non figura tra i primi dieci per vendite al mondo nessun produttore che sia al di fuori della regione dell’Asia orientale, né americano né europeo.
E la stessa Cina, che pure ha alcuni campioni come SMIC e Foxconn, appare un passo indietro rispetto a Taipei e Seoul.

Questo squilibrio strategico è diventato parte dell’agenda dei governi. Il presidente Usa Joe Biden a febbraio 2021 ha firmato un ordine esecutivo con l’obiettivo di riportare negli Usa una produzione di semiconduttori, e a giugno ha messo sul piatto 52 miliardi di dollari nell’ambito della nuova legge ‘United States Innovation and Competition Act’ (USICA). Inoltre con la norma ‘CHIPS For America Act’ ha collocato questo tema strategico tra le materie di difesa nazionale.

La stessa Europa si è mossa. La presidente della Commissione europea Ursula van der Leyen ha lanciato la proposta di legge ‘European Chips Act’ che punta a costituire un ecosistema europeo dei semiconduttori in grado di sostenere l’industria continentale.

Anche il mondo delle imprese ha fatto alcuni passi. La Intel, marchio storico dei chip americani un tempo dominanti nel mercato globale, ha annunciato un piano da 20 miliardi di dollari per rafforzare la sua produzione in Arizona. La tedesca Bosch ha rivelato piani per rafforzare la produzione di wafer nei suoi impianti di Reutlingen e Dresda.

TSMC, dal canto suo, ha avviato la costruzione del suo secondo impianto produttivo negli Stati uniti, da 12 miliardi di dollari, in Arizona. Inoltre ha comunicato che inizierà a costruire la sua prima fabbrica di chip in Giappone in collaborazione con il suo principale partner nipponico, la Sony. Ancora, ha reso noto di aver rafforzato del 60 per cento la sua produzione di chip per il settore delle auto.

Per entrare nella partita si sono attivate anche le sudcoreane SK Hynix, che starebbe ragionando sulla possibilità di aprire un impianto per la produzione di wafer negli Stati uniti, e Samsung che costruirà nel Texas una fabbrica di semiconduttori con un investimento da 17 miliardi di dollari.

Nel settore delle auto, il mese scorso Stellantis ha siglato un accordo con il produttore di elettronica cinese Foxconn – che è il più grande assemblatore mondiale di iPhone – per sviluppare nuovi chip per il settore automotive. ‘Con Foxconn, puntiamo a creare quattro famiglie di chip che copriranno più dell`80% delle nostre necessità di semiconduttori, contribuendo a modernizzare significativamente i nostri componenti, ridurre la complessità e semplificare la catena di approvvigionamento. Questo aumenterà anche la nostra capacità di innovare più velocemente e costruire prodotti e servizi ad un ritmo rapido’, ha spiegato Tavares.

Grandi investimenti, insomma, destinati a dare nel tempo i loro frutti. Per ora comunque persiste l’onda lunga della crisi dei chip, anche se si sta attenuando significativamente. Per il 2022, le attese per le forniture dei chip, secondo una recente analisi di Deloitte, si dovrebbero accorciare. Secondo questa previsione, mentre a metà 2021 i clienti attendevano tra le 20 e le 52 settimane per ottenere i semiconduttori e questo ha causato stop alla produzione e ritardi importanti, nel 2022 l’attesa dovrebbe scendere a 10-20 settimane e nel 2023 si stima un ritorno all’equilibrio.

Il punto è che la domanda continuerà a rimanere superiore alle dinamiche di lungo periodo. Secondo Deloitte, nel 2021 la pandemia ha provocato un repentino aumento della richiesta di chip del 50 per cento e il settore del cloud computing ha accresciuto la sua domanda del 30 per cento per poter costruire i suoi data center. A questo va aggiunto il fatto che il fabbisogno di chip nel settore delle auto è soggetta a una dinamica verso l’alto di lungo periodo e ci sarà un sensibile aumento della richiesta anche nel comparto sanitario. Senza contare le esigenze del settore dell’intelligenza artificiale, sempre più affamata di semiconduttori.

L’ultima stima fornita da World Semiconductors Trade Statistics (WSTS) stima che nel 2021 c’è stato un incremento del mercato de chip del 25,6 per cento, per una dimensione complessiva di 485 miliardi di euro, e che questa crescita continuerà ancora nel 2022, anche se in misura più ridotta pari all’8,8 per cento e porterà il mercato a valere 527 miliardi di euro.

E.G.