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Il peggior nemico per gli imprenditori? Si chiama reddito di cittadinanza

Tommaso Nutarelli
Maggio31/ 2022

Il peggior nemico per gli imprenditori? Si chiama reddito di cittadinanza. All’assemblea di Assolombarda, nel cuore produttivo del paese, il gotha del mondo industriale si è schierato compatto contro questo strumento. Il leader degli industriali, Carlo Bonomi, lo ha definito un competitor nel momento in cui le imprese assumono. Mentre il numero uno di Assolombarda, Alessandro Spada, lo ha etichettato come un incentivo al lavoro nero. Ma anche da un’ampia fetta del mondo della politica si levano voci di discredito. Fratelli d’Italia e Italia Viva vorrebbero abolirlo. La Lega ne ha invocato una profonda trasformazione. Al congresso della Cisl, la sottosegretaria leghista al Lavoro, Tiziana Nisini, ha chiamato mortale il reddito di cittadinanza per i giovani.

Sulle colonne di Repubblica Chiara Saraceno, presidente del Comitato per la valutazione del reddito di cittadinanza, ha esposto numeri molto eloquenti. Per Anpal, tra chi è tenuto a sottoscrivere il patto per il lavoro meno della metà, ossia 878mila persone, è definito “vicino al mercato del lavoro”, pur avendo qualifiche basse. Di questi, più di 724mila ha avuto un’esperienza lavorativa mentre percepiva il Rdc. All’interno di questo insieme, oltre 546mila persone hanno trovato lavoro indipendentemente dal percorso avviato coi centri per l’impiego. Tutti gli altri sono definiti come “molto lontani dal mercato del lavoro”. Tra questi anche gli oltre 131mila giovani tra i 18 e i 29 anni che non lavorano e non sono impegnati in percorsi formativi.

Va anche ricordato che nelle famiglie che percepiscono il reddito ci sono minori, chi accudisce i figli o persone con disabilità, e chi presenta forme di invalidità. Dunque una platea che non può affatto sottoscrivere un patto per il lavoro.

Insomma mi sembra molto surreale credere che senza questo strumento il nostro mercato del lavoro funzionerebbe come una macchina perfettamente oliata e le imprese non avrebbero nessun ostacolo nell’assumere. Altro dato sottolineato dalla professoressa Saraceno è l’importo del reddito che, mediamente, si aggira sui 450 euro mensili per chi è da solo, e oltre i 700 euro per i nuclei familiari con quattro persone in su.

Se il presidente degli industriali dice che il reddito è un competitor per le aziende, dovremmo forse dedurre che gli stipendi offerti ai candidati non siano così allettanti. Dobbiamo anche tenere a mente il fattore tempo per giudicare l’efficacia del reddito di cittadinanza e dei navigator. La misura esiste dal 2019. Quindi non sono decenni che sta inquinando il mercato del lavoro. Sulla questione dei navigator bisogna considerare altri fattori, oltre all’aspetto cronologico. Il primo è la pandemia. I navigator hanno preso servizio dopo l’estate del 2019 e, tempo qualche mese, si sono trovati un mondo del lavoro paralizzato dai lockdown, dovendo gestire una platea di persone con poca scolarizzazione, poche competenze digitali e, per molti, una prolungata assenza dal contesto lavorativo. Persone difficilmente occupabili in uno scenario normale, figuriamoci durante la pandemia. Non va nemmeno dimentica la diversità dei vari contesti regionali, per cui fare il navigator in Lombardia non è la stessa cosa che farlo in Calabria o in Sicilia. Dunque giudicare fallimentare solo dopo tre anni il lavoro dei navigator, che hanno un’età media di 35 anni e almeno una laurea magistrale, chiamati per rafforzare centri per l’impiego affetti da un’inefficienza più che decennale, appare non solo ingeneroso ma anche superficiale. Si parla tanto di svecchiare un pubblico impiego con titoli di studi bassi, e quando si ha per le mani una risorsa umana giovane e formata la si smantella, sperperando così denari pubblici.

Certo di errori ne sono stati fatti. Il primo è stato quello di unire, forse con poca attenzione, in un’unica misura politiche passive e attive. Un altro sbaglio è stato quello di aver erogato subito il sussidio e l’aver formato e contrattualizzato, mesi dopo, i navigator. Ci sono poi anche valutazione politiche e d’immagine. La scellerata e grottesca gestione di Anpal da parte del padre dei navigator, Mimmo Parisi, ha gettato un’aura di discredito anche su costoro. La patetica scena dei 5 Stelle, con Di Maio in prima fila, che dal balcone di Palazzo Chigi urlavano “abbiamo abolito la povertà”, dopo l’approvazione della misura, resterà negli annali.

Alla fine sono stati proprio i genitori di questo strumento, i 5 Stelle, ad aver azzoppato in partenza il reddito di cittadinanza, politicizzandolo e creando aspettative che poi non si sono realizzate.

 

Tommaso Nutarelli