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Il decreto di San Valentino e la stagione della concertazione – 3 puntata

Leonello Tronti
Leonello Tronti
Marzo17/ 2021
  1. Nuova rottura dell’unità sindacale, fine della concertazione e crisi sociale

Nel 2001, con l’euro ormai al posto della lira, il centrodestra torna al potere e di nuovo il mondo sindacale si divide. La CGIL si contrappone al nuovo governo, anche perché questo assume esplicitamente la linea di non rispettare più le due sessioni di concertazione previste dal Protocollo del ’93 e derubrica il rapporto con il sindacato dal livello della concertazione della manovra economica (peraltro già notevolmente stemperato dai governi precedenti) all’assai più blando e informale “dialogo sociale” di stampo europeo. Il 23 marzo 2002, a soli quattro giorni dalla morte di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Nuove Brigate Rosse, Sergio Cofferati, al termine del suo mandato di segretario generale della CGIL, organizza a Roma un’imponente manifestazione per l’intangibilità dell’articolo 18. Il quotidiano La Repubblica stima che vi prendano parte circa tre milioni di persone, valutazioni più prudenti parlano comunque di un numero superiore ai due milioni. La breve stagione della concertazione sociale come “nuovo modo di governare” l’economia giunge ormai al termine.

Poco dopo (5 luglio), con la firma da parte della CISL, della UIL e di tutte le associazioni datoriali (comprese quelle storicamente legate alla sinistra come Lega delle Cooperative e CNA) del Patto per l’Italia proposto da Berlusconi, l’unità sindacale torna a spezzarsi e ha inizio la triste stagione degli accordi separati, destinata a durare un quindicennio. A scatenare il conflitto è la sospensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per le piccole aziende che, facendo nuove assunzioni anche part-time, superino i 15 dipendenti. La deroga è minima e sperimentale, ma assume evidentemente un elevato carattere simbolico, anche per la martellante campagna delle organizzazioni datoriali e della destra politica. La tensione è forte nei luoghi di lavoro, soprattutto tra i metalmeccanici, dove non mancano episodi di intolleranza. Rifondazione comunista indice un referendum per l’estensione dell’articolo 18 a tutte le imprese, anche sotto i 15 dipendenti. Si terrà il 15 giugno del 2003, ma sarà dichiarato non valido perché andrà a votare solo il 25,5% degli aventi diritto. Alla guida della CGIL, nel settembre 2002 subentra a Sergio Cofferati Guglielmo Epifani, che resterà in carica sino al novembre 2010. Ma anche dopo il suo avvento, lo stato di tensione tra le confederazioni permane.

Possiamo datare dalla fine della concertazione l’inizio della crisi sociale? Forse no, perché la trasformazione in senso neoliberista dell’economia e la compressione del sistema di protezione sociale iniziano ben prima. È però indubbio che, seppure abbandona il tavolo della concertazione della politica economica, in questo periodo il sindacato guadagna la gestione diretta o bilaterale di importanti strumenti di coesione sociale e accompagnamento dello sviluppo: dai centri di assistenza fiscale (CAF) (istituiti con norme del 1991 e 1992), ai fondi interprofessionali e agli enti bilaterali (introdotti nel 1993, poi regolati nel 2000 e in diverse norme successive), ai fondi pensione integrativi (introdotti nel 1993 e riformati nel 2005), sino ai più recenti sviluppi del welfare aziendale. Questi strumenti rafforzano in misura notevole il sindacato come istituzione; in mancanza di una politica salariale e di coesione e integrazione più generosa, sono però insufficienti a garantire la tenuta sociale del Paese. Nel lungo periodo il modello di contrattazione salariale non funziona e non realizza un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori: come abbiamo visto impone un tetto ai salari reali senza contropartite, scarica sul lavoro l’onere dell’aggiustamento dell’economia alle nuove condizioni europee e globali, non assicura la crescita dei consumi e del mercato interno necessaria a garantire lo sviluppo. Il blocco del potere d’acquisto, non contrattato ma frutto di un accordo disegnato per il breve periodo e mai corretto, impedisce che, se davvero indispensabile, la moderazione salariale faccia però parte di uno scambio politico esplicito, razionale, capace di ripartire i sacrifici in modo equo tra le classi sociali e di disegnare in contropartita un sistema produttivo avanzato e in grado di assicurare coesione sociale e integrazione, investimenti, competitività e sviluppo; impedisce che la pratica concertativa dispieghi il suo potenziale di strumento di governo e di coordinamento, di programmazione, di riforma, di aggancio al futuro.

Diviso e indebolito, il sindacato confederale appare irretito nella logica neoliberista. Anche la sinistra politica, arretrata su di una linea riformista blairiana, accetta la svalutazione salariale come elemento cardine di salvaguardia dell’occupazione e della competitività dell’economia, e si affida ciecamente al mercato e alle imprese rinunciando a promuovere una robusta quanto indispensabile politica industriale. Dopo aver posto mano al programma di privatizzazioni più cospicuo d’Europa, l’Italia si consegna agli autonomi sviluppi dei mercati internazionali e di un mercato interno che non si dimostra ben regolato, tecnologicamente avanzato e in grado di promuovere da sé trasparenza, concorrenza e sviluppo. Anzi, le condizioni rese via via più favorevoli alle imprese sui mercati del credito, del lavoro e della previdenza finiscono con il fornire loro un alibi per allontanare nel tempo le necessità di modernizzazione.

In questo contesto la politica industriale, falcidiata dalle privatizzazioni e dai tagli agli investimenti pubblici, sacrificati al rispetto dei parametri di Maastricht, si concentra essenzialmente sui contratti d’area e sui patti territoriali, tentativi (spesso mal riusciti) di concertazione locale per lo sviluppo, l’emersione del sommerso, la risoluzione di situazioni di crisi occupazionale. Più che “piccolo è bello”, la logica di questi interventi è “territorio è bello”; e certo i distretti industriali della Terza Italia sono sede di molta flessibilità, poco conflitto, bassi costi e alta qualità delle produzioni. Ma ben presto, a fronte dell’allargamento del mercato unico e dell’apertura degli scambi al commercio globale, si rivela impossibile per le produzioni tradizionali competere con i nuovi concorrenti globali, nell’area dell’euro e fuori. Il problema dell’ampia componente tradizionale delle produzioni italiane presta il fianco alla sostituzione da parte delle importazioni in settori importanti come il tessile, ma anche la ceramica, l’arredamento, la meccanica.

Continua nel frattempo la sofferenza delle grandi imprese, e in parallelo si verifica l’esplosione delle microimprese. Tra il censimento del 1991 e quello del 2011 l’Italia registra la creazione di 1 milione e 126 mila imprese, cui corrisponde un aumento di soli (se paragonati alle imprese) 1 milione e 78 mila posti di lavoro: per il 98% si tratta infatti di microimprese (sotto i 10 addetti). La dimensione occupazionale media delle microimprese italiane (4 milioni e 215 mila) scende a 1,8 addetti. Si tratta del segmento dell’economia in cui lavora il 47 per cento della manodopera (7 milioni e 700 mila addetti!) e che l’Istat giudica “strutturalmente inefficiente” (altro che piccolo è bello!). Siamo di fronte a importanti effetti generazionali (“la classe operaia va in paradiso”: i lavoratori espulsi o usciti dalle ristrutturazioni industriali si mettono in proprio, diventano padroncini creando lunghe e diramate catene di subfornitura in Italia e all’estero) e ad una plateale manifestazione del “complesso di Geppetto” (tanti italiani, incoraggiati dalla vittoria del capitalismo nella Guerra Fredda e dal berlusconismo, preferiscono essere relativamente insicuri ma indipendenti, piuttosto che lavorare a padrone)[1]. La selezione delle imprese è frenata, sul lato della domanda, dalla scarsa contendibilità di troppi mercati interni (soprattutto dei servizi) e, su quello dell’offerta, dal fatto che la stessa moderazione salariale obbligata dal modello contrattuale contiene la crescita del mercato interno e non offre margini per investimenti di miglioramento, in un contesto di assenza non solo di una politica industriale ma anche di un traino sufficientemente poderoso da parte delle medie e grandi imprese e dell’impresa pubblica.

Invece di quella esplicita, l’Italia vara una (decisamente troppo) lunga e monocorde stagione di politica industriale implicita di flessibilizzazione dell’impiego e riduzione generalizzata del costo del fattore lavoro. Tra gli altri interventi vanno ricordati: nel 1997 il pacchetto Treu, nel 2003 la legge Biagi, nel 2012 la legge Fornero, nel 2015 il Jobs Act. In combinato con il blocco dei salari reali, con il susseguirsi di incentivi occupazionali, decontribuzioni e defiscalizzazioni, e con le continue riduzioni dei benefici previdenziali, la liberalizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro produce un netto abbattimento dei costi diretti e indiretti del lavoro che, pur senza selezionarli esplicitamente, nei fatti avvantaggia in misura consistente i settori ad alta intensità di lavoro, che pagano il wage bill più elevato: certo non la manifattura (nonostante la sua continua visibilità nell’arena dei media e delle relazioni industriali), ma soprattutto i servizi, in particolare quelli tradizionali, professionali e dove minore è l’impatto delle nuove tecnologie (servizi alla persona e alla famiglia).

L’economia attraversa dunque una stagione micidiale, di flessibilizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, polverizzazione del tessuto imprenditoriale, assenza di politica industriale esplicita, di guida del cambiamento e, al tempo stesso, apertura del mercato italiano all’entrata (e all’uscita) di grandi e piccoli player globali. I risultati si vedranno più tardi, con la debolezza dell’apparato produttivo messa a nudo dalla lunga crisi del 2008-2013, i cui effetti sono ancora in corso; ma le radici partono dalla vittoria del neoliberismo e dell’idea che il mercato sia in grado di regolare autonomamente l’economia meglio di quanto faccia lo Stato[2] e la crescita possa essere trainata dalle sole esportazioni, nonostante l’Italia non sia da molti decenni un’economia in via di sviluppo e non abbia quindi un tenore di vita tale da consentire una significativa competitività di costo per le esportazioni di beni tradizionali. La crisi sociale si innesta sulla stagnazione dell’economia e sulla crisi dei sistemi di governo della coesione sociale, che trovano alimento nell’abbandono della politica di concertazione e nella rottura dell’unità sindacale, con particolare riferimento da un lato all’assenza di una strategia di sviluppo basata sulla riqualificazione delle produzioni e dello stesso apparato produttivo, e dall’altro al segnalato malfunzionamento del modello di contrattazione collettiva del salario. (Fine terza puntata/ segue)

di Leonello Tronti (Università degli Studi Roma Tre)

Nota: Il testo qui pubblicato è parte di un lavoro che è stato pubblicato per intero in  Aa. Vv. (2020), UIL 1950-2020. La nostra storia studiata, Arcadia Edizioni, Roma, pp. 137-150.

[1] Leonello Tronti, Sindacato e crisi sociale. C’è spazio per una nuova fase di progresso?, “Sindacalismo. Rivista di studi sull’innovazione e sulla rappresentanza del lavoro nella società globale”, n. 37, maggio-agosto 2018.

[2] Su questa presunzione priva di fondamento si veda Paolo Leon, “Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche”, Castelvecchi, Roma, 2014.

Leonello Tronti

Università degli studi Roma Tre