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I pensieri di Villa Torlonia

Marco Cianca
Settembre21/ 2022

Villa Torlonia, il maestoso ingresso palladiano del Casino Nobile. La voce di Rachele Mussolini assume il tono di un comando: “Benito, arrestali tutti!”. Lui, in uniforme, sembra non ascoltarla. Le volge le spalle, non risponde nemmeno al saluto romano dei suoi uomini in attesa. Un segretario gli porge dei documenti, li prende con aria assente e sale in una delle tre macchine in attesa. Appare quasi rassegnato. Scortate da motociclisti, le vetture partono. A piazza Venezia, il gran consiglio attende il Duce. Sta per iniziare la lunga notte che porterà al suo arresto.

“Stop!”. Il regista avverte che per il momento le riprese sono finite. Gli attori e le comparse si rilassano. Battute, risate. La gente, intorno, stupita, con i telefonini scatta fotografie a raffica. Già, non è il pomeriggio del 24 luglio 1943. Siamo a settembre del 2022, pochi giorni dalle elezioni. Qui, nel complesso botanico-architettonico che i nobili e devoti proprietari diedero in affitto al dittatore per la simbolica cifra di una lira l’anno, stanno girando una serie televisiva. Nello stesso scenario, non molto tempo fa, furono filmate alcune scene di una pellicola, “Sono tornato”, divertente e inquietante nello stesso tempo.

“Ritorneremo!”, sovviene la memoria, è il titolo di un vecchio libro che racconta la nascita del Msi. In copertina, la fiamma tricolore. La stessa che arde ancora nel simbolo di Fratelli d’Italia, il partito che potrebbe uscire vincitore dalle urne. E allora, in questo morbido tramonto capitolino, le camicie nere che si aggirano per i prati del parco un po’ di impressione la fanno. È il centenario della Marcia. E i postfascisti, come li ha chiamati il presidente della Spd frantumando la nostra ipocrisia, stanno per conquistare Palazzo Chigi.

Ma come siamo arrivati a questo? Un’analoga domanda la pose Carlo Rosselli. Era il 1926 e il Regime, consolidatosi dopo il delitto Matteotti, il fallimento dell’Aventino e la soppressione della libertà di stampa, aveva fatto tabula rasa degli oppositori. “La cause sono tante e così complesse che vano sarebbe volerne fare l’elenco”, scriveva su “Il Quarto stato” il fondatore di Giustizia e Libertà.

“L’Italia- questo il suo amaro ragionamento di fondo-  è un Paese nel quale non si ebbero mai le grandi lotte di religione che costituirono dovunque (sia pure nonostante e contro la volontà delle parti in lotta) il massimo lievito dei regimi liberali e la più sicura garanzia del principio di tolleranza e del rispetto di un minimo comune denominatore di civiltà; è un Paese nel quale le libertà politiche conquistate durante il Risorgimento per opera di una ristretta élite borghese e patrizia, rimasero sempre patrimonio di pochi. Purtroppo, in Italia la conquista di quello che a giusto titolo è considerato il sommo bene dei popoli a civiltà occidentale, non è legata a nessun moto di masse capace di adempiere ruolo mitico e ammonitore. La massa fu assente nelle battaglie per l’indipendenza e per le libertà politiche. La libertà italiana è figlia di transazioni, di adattamenti e di taciti accomodamenti”.

Eppure, proprio in virtù di un’impietosa autocritica che condannava la debolezza dei liberali e gli errori dei socialisti, Rosselli invitava a non arrendersi: “È nella sventura che si misurano gli uomini. Siamo noi gli autori del nostro bene e del nostro male. Si tratta ora di ricominciare da capo, con animo nuovo, ricchi dell’esperienza del passato, forti di una fede che ha ormai superato tutte le prove”.

Poi, proprio grazie al sacrificio di uomini come lui, arrivò di nuovo l’alba; la Resistenza ridiede dignità ad un Paese infantile, cinico, opportunista; la Liberazione ebbe i suoni, i colori, la gioia di una colossale festa collettiva.  Per molto tempo i grandi partiti, la Dc, il Pci, il Psi potevano contare su salde radici popolari. Una nazione finalmente adulta e consapevole? Illusione. I giganti sono diventati nani, con mani adunche, corrotte, rapaci. E ora, per la democrazia come ce l’hanno consegnata i padri costituenti, suonano le campane a morto.

Eppure, direbbe Rosselli, bisogna non mollare.

A Villa Torlonia è ormai buio e i custodi chiudono i cancelli. Si va via, con triste speranza.

Marco Cianca