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Giugno il mese più crudele per il lavoro: sull’estate pesa l’incognita dei licenziamenti

Nunzia Penelope
Nunzia Penelope
Giugno03/ 2021

Giugno, alla fine, è arrivato. Parafrasando il poeta,  lo si può definire il mese più crudele per il mondo del lavoro: dal giorno 30, infatti, scadrà il blocco dei licenziamenti avviato a marzo 2020 e le grandi imprese saranno libere di gestire i dipendenti secondo le proprie esigenze (le piccole, invece, restano ancora congelate fino a ottobre). Cosa accadrà dal 1 luglio in poi, in realtà, nessuno è in grado di prevederlo. L’economia è in netta ripresa, ma è difficile dire se basterà a riassorbire tutti i posti di lavoro congelati da oltre un anno. Le aziende che ripartono avranno bisogno di mano d’opera, certo (i settori più duramente colpiti, come turismo e ristorazione, sono già a caccia di personale), ma non è detto che sarà la stessa che avevano prima del Covid.

L’Istat ha annunciato che da gennaio ad aprile sono stati creati 120 mila nuovi posti di lavoro, e sembrerebbe una buona notizia; per contro, l’Istituto di statistica avverte anche che, dall’inizio della pandemia a oggi, sono oltre 800 mila i posti di lavoro perduti. A questa cifra, come è noto, occorre fare la tara, tenendo conto delle nuove regole europee che impongono di conteggiare tra i disoccupati anche i cassaintegrati da tre mesi: ed è piuttosto ovvio che siano numerosissimi, dopo un anno di pandemia che ha da un lato congelato i licenziamenti e dall’altro esteso il ricorso alla cassa integrazione. Ma restano comunque numeri importanti. Soprattutto perché pesa, anche sui cassaintegrati, l’incognita dello sblocco dei licenziamenti: cosa sarà di loro? Torneranno in azienda, o passeranno direttamente nelle liste dei disoccupati?

Una risposta, rispetto ai licenziamenti prossimi venturi, la offre la Banca d’Italia,  nello studio sugli effetti del Covid rispetto all’occupazione diffuso il 19 maggio (lo pubblichiamo integrale nella sezione Documentazione del Diario del lavoro). Secondo Bankitalia, il blocco avviato a marzo 2020, previsto inizialmente per un bimestre e poi di proroga in proroga arrivato fino ai nostri giorni, ha effettivamente fermato molti licenziamenti, ma solo una parte di questi è direttamente dovuta alla pandemia: un numero piuttosto elevato ci sarebbe stato anche in tempi normali. La Banca centrale avverte infatti che, anche se la pandemia non fosse mai arrivata nel nostro paese, nel settore privato ci sarebbero stati 240 mila licenziamenti nel 2020 e altri 120 mila nel 2021. Più nel dettaglio: nell’industria in senso stretto 75mila licenziamenti si sarebbero effettuati anche in assenza di pandemia; circa 90 mila nell’edilizia; poco meno di 100 mila nel commercio e turismo. Altri circa 20 mila licenziamenti si sarebbero verificati, sempre in tempi normali e a prescindere dal Covid, nel settore sport, spettacolo e servizi alla persona, nell’arco del biennio 2020-2021.

Bankitalia calcola anche quanti posti di lavoro non sono stati creati a causa dell’emergenza Covid: in condizioni normali, spiega, l’occupazione sarebbe dovuta crescere dello 0,4% nel 2020 e dello 0,6% nel 2021, dopo aver segnato più 0,6 nel 2019. Ma ovviamente non è stato cosi, e i posti ”non nati” a causa della pandemia ammontano a circa 500 mila. Riusciranno a nascere adesso che l’emergenza sembra finita? Nel documento della banca centrale si legge: “tra l’inizio di gennaio e l’ultima settimana di febbraio 2021 le assunzioni, al netto delle cessazioni,  sono aumentate a ritmi sostanzialmente identici a quelli del 2020, quando non si era ancora manifestata la pandemia”. In altre parole, le cose sembrerebbero rimettersi sul binario della normalità pre Covid, almeno per quanto riguarda il lavoro. Resta da capire quanta crescita sarà necessaria per recuperare quei 500 mila posti rimasti puramente teorici. E resta anche l’incognita di cosa sarà di quei circa 400 mila licenziamenti che le aziende avrebbero programmato in tempi normali, poi impediti dal blocco; e che con tutta probabilità finiranno purtroppo per sommarsi a quelli direttamente figli della crisi Covid. Intanto, è ancora l’Istat a dirci che le persone in cerca di lavoro sono 870 mila: esattamente quanto i posti di lavoro persi da febbraio 2020. Un segno, questo, buono e cattivo assieme: buono, perché significa che sta tornando la fiducia nella possibilità di trovare lavoro; cattivo, perché non è affatto detto che tutti lo troveranno.

Nunzia Penelope

Nunzia Penelope

Giornalista