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Furlan (Uilca), in un decennio chiusi oltre 9mila sportelli. Le banche saranno centrali per la ripresa, ma abbandonino la logica speculativa

Tommaso Nutarelli
Tommaso Nutarelli
Maggio28/ 2021

In uno studio sulla chiusura degli sportelli bancari in Italia e nei paesi dell’Unione europea, la Uilca traccia un resoconto dello stato di salute e delle prospettive del settore. Le crescenti fusioni e il boom del digitale i motivi principali di questa contrazione. Per Fulvio Furlan, segretario generale dei bancari della Uil, gli istituti di credito non devono venire meno alla loro missione, sostenendo famiglie, imprese e territori. Le relazioni industriali sono la chiave per accompagnare questi cambiamenti, e sullo smart working avverte: “attenzione agli esiti negativi”.

Furlan che immagine del settore ci restituisce lo studio?

Lo studio che abbiamo realizzato sulla chiusura degli sportelli bancari, tra il 2011 e il 2019, è una fotografia molto utile, anche in chiave comparativa con altri paesi europei, per capire lo stato di salute del settore e come si struttura la presenza degli istituti sui territori. Le banche hanno un ruolo sistemico centrale, e il ruolo che, secondo noi, devono avere è quello di erogare credito in modo sicuro, e supportare e sostenere le famiglie e le imprese di una determinata aerea. Se le banche perdono di vista questi obiettivi c’è qualcosa che non sta funzionando. Se poi pensiamo alla sfida del Recovery Plan, con i suoi 250 miliardi, è ovvio che le banche la dovranno affrontare senza prospettive speculative.

Che numeri sono emersi?

Tra il 2011 e il 2019 gli sportelli chiusi sono stati il 27%. Nel quinquennio tra il 2015 e il 2020 la percentuale è del 22%, con calo dei dipendenti del 9%. Ci sono poi delle diversificazioni regionali. Il Sud, che già aveva un minor numero di sportelli rispetto al Nord e al Centro, ha registrato una diminuzione equiparabile a quelle delle altre aree del paese.

Quali sono i principali motivi di questo restringimento?

Sostanzialmente sono due. Il primo riguarda il numero crescente di fusioni. Nel 2019 i primi cinque istituti del paese detenevano oltre il 47% di tutti gli asset bancari. Naturalmente non siamo contrari alle fusioni per principio, poiché sono anche una leva per rendere più competitive le nostre banche. Bisogna però valutarne di volta in volta i motivi. Se, come dicevo, hanno unicamente una valenza orientata al profitto e al contenimento dei costi, facendo venir meno il ruolo di sostegno al territorio, è chiaro che non va bene. Il secondo ha a che fare con i processi di digitalizzazione, che la pandemia ha accentuato. C’è stata una rimodulazione della rete commerciali, e i servizi on line, home banking e le app sono aumentati.

La clientela come ha risposto a questo salto tecnologico?

Il nostro studio registra un incremento importante nell’uso dell’internet banking. Tra il 2011 e il 2019 si è passati dal 20 al 36% di clienti.

Come sarà la banca del futuro?

Gli sportelli dovranno erogare servizi nuovi, una consulenza su misura per il cliente. Ma la diversificazione dovrà riguardare anche il mondo digitale. Si tratta di cambiamenti che dovremo gestire puntando sulla formazione

La grande variabile si chiama smart working. Come inciderà sull’organizzazione del lavoro?

Il nostro settore ha sempre avuto una contrattazione lungimirante nei confronti di alcuni temi. Nel contratto del 2019 abbiamo inserito il lavoro da remoto che, in quel momento, era osteggiato dalle banche perché temevano una riduzione della produttività. La pandemia ha dimostrato tutto il contrario. Oggi le banche spingono molto in questa direzione perché il lavoro agile comporta, come primo dato, un abbassamento dei costi. Bisogna vigilare per evitare tutti gli esiti negativi dello smart working che deve essere sempre volontario e mai imposto e deve accompagnarsi al diritto alla disconnessione. Naturalmente non possiamo perdere la socialità del lavoro. I lavoratori non devono essere privati della formazione, non devono essere allontanati dai diritti sindacali e non bisogna creare contrapposizioni tra chi vi può accedere e chi no.

Quale sarà il ruolo delle relazioni industriali?

Centrale. Senza relazioni industriali si rischia la frammentazione e il mancato governo di trasformazioni epocali. Nel nostro settore, grazie a una contrattazione consolidata, siamo riusciti, tramite il fondo per l’occupazione e la solidarietà a gestire l’uscita di 60mila persone e l’inserimento di 30mila.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Redattore de Il diario del lavoro.