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Femca-Cisl, Garofalo: anni di tagli sulla ricerca, ora stiamo pagando con la vita

Emanuele Ghiani
Emanuele Ghiani
Aprile30/ 2021

Il diario del lavoro ha intervistato la segretaria della Femca-Cisl, Nora Garofalo, per chiederle come il sindacato ha affrontato la pandemia e quali sono le priorità per una ripresa del Paese. Garofalo ha spiegato come il suo sindacato sia stato tra i primi ad avviare protocolli di sicurezza con le parti datoriali, e ha accusato i tagli della spesa pubblica per la ricerca, la sanità e l’istruzione. Le politiche attive del lavoro, spiega infine, sono da ricostruire dalle fondamenta e il sindacato è disponibile ad avviare questo percorso.

Garofalo, come state vivendo questo periodo di pandemia?
Io sono siciliana e nella nostra isola abbiamo una percezione di un Covid che si sta sempre più diffondendo, invece che attenuarsi. Abbiamo meno paura, sappiamo con che cosa abbiamo a che fare, ma la situazione è comunque pesante.

Abbiamo una ridotta percezione del pericolo?
All’inizio della pandemia sicuramente, ora rimane ancora una bassa soglia dell’attenzione, forse perché crediamo di possedere un tale livello di controllo della medicina e della scienza, che ci siamo permessi di abbassare la guardia o essere ottimisti.

La politica ha dialogato con le parti datoriali per avere un quadro più chiaro sulla produzione vaccinale? il vaccino italiano ancora non si vede…
C’era stata una corsa in Italia da parte della politica per annunciare la scoperta di un nostro vaccino, ma le case farmaceutiche dovevano ancora fare tutte le sperimentazioni del caso, e infatti ci sono stati vari flop per queste produzioni. I nostri delegati, che sono dentro a queste strutture e conoscono la materia, sanno bene che ci vorrà ancora molto tempo per la creazione e la produzione di un vaccino in Italia. D’altra parte, lo diceva anche Farmindustria, che ha avvertito come non fosse possibile prima del prossimo anno.

Perché queste tempistiche?
Le nostre produzioni farmaceutiche sono quelle di base, non abbiamo biotecnologie. Questo perché le biotecnologie e le sue applicazioni non sono state finanziate dalla politica e quindi non le abbiamo sviluppate. Noi non abbiamo i bioreattori oppure i fermentatori. Non siamo nelle condizioni di produrre farmaci biologici. Facciamo pillole, farmaci di questo tipo. Siamo secondi alla Germania come produzione di farmaci, ma i nostri farmaci non sono così avanzati. Ci siamo fermati.

Da quanto tempo e perché l’Italia si è fermata sullo sviluppo di questi campi di ricerca?
Da molti, troppi anni, in Italia la spesa pubblica per la ricerca è stata tagliata. Come risultato le case farmaceutiche, le grandi Big Pharma, hanno implementato le loro strutture in altri Stati che appoggiano economicamente, non solo a parole, la ricerca e le università; servono risorse, non briciole, per sviluppare tutto questo. Risorse che in Italia, nel tempo, sono state sempre più ridotte. Le università sono in condizioni penose, si è disinvestito nella sanità e in particolare sulla ricerca scientifica, forse perché la politica non ci ha più creduto oppure i vari governi avevano altre priorità, non saprei dire il motivo, ma per certo posso dire che noi tutti oggi paghiamo le conseguenze di quelle scelte.

Sul mondo del lavoro quali sono le conseguenze della pandemia?
Il Covid ha accelerato un percorso di trasformazione già presente, cambiamenti strutturali nell’organizzazione del lavoro, delle imprese, la quarta rivoluzione industriale, la digitalizzazione. Questi processi sono stati spinti drammaticamente in avanti con la pandemia. Ad esempio, il fenomeno dello smart working. Ci siamo tutti resi conto di quanto sia importante la connessione, la rete, la digitalizzazione, la didattica a distanza, il lavoro da remoto, la comunicazione all’interno delle imprese e nelle stesse relazioni industriali. Oggi è molto più marcata la differenza sociale tra chi ha o meno la connessione internet.

Da remoto, infatti, si stanno muovendo anche Anpal, i centri per l’impiego, i navigator. Ma il sistema, secondo voi, funziona?
No, affatto. Le politiche attive del lavoro in Italia sono inadeguate e oggi ci troviamo in una situazione ben peggiore. Pensi le difficoltà di un disoccupato, ad esempio di 45-50 anni, non avezzo alla tecnologia, che cerca di rivolgersi a qualcuno per essere aiutato a ricollocarsi. Era già difficile in presenza, si figuri oggi. La richiesta forte del sindacato, come ha chiesto il nostro segretario generale Luigi Sbarra così come la precedente segretaria Annamaria Furlan, è di riformare completamente il sistema degli ammortizzatori sociali, che devono essere universali e coprire i settori che non hanno gli stessi diritti. Inoltre, si deve riformare profondamente, molto profondamente, il sistema delle politiche attive del lavoro, si deve ricostruire dalle fondamenta. Come risposta la politica ha creato i navigator, che è stata un’altra balordaggine incredibile, perché non ha alcun senso.

Quindi i navigator secondo lei sono inutili?
Il problema non sono loro in particolare, sono solo degli sfortunati inseriti male nei centri per l’impiego ad aumentare le schiere di quelli che già ci lavorano; e comunque sono persone che non hanno strumenti per operare nelle politiche attive del lavoro. Quindi, anche se dotati di buona volontà, anche volendo fare qualcosa, non possono, perché è l’intero sistema che non funziona.

Il sindacato ha sopperito a queste mancanze?
In questa pandemia abbiamo scoperto di essere capaci di migliorare la situazione. Quando è scoppiata la pandemia eravamo presi dal panico, non sapevamo di cosa si trattasse. Nessuno sapeva niente. Un evento sconosciuto. Non avevamo esperienza, non avevamo mai affrontato una situazione simile. Ci siamo messi di impegno e abbiamo avuto l’esigenza di coniugare due urgenze: da una parte dare una protezione alla retribuzione con la cassa integrazione alle persone che si dovevano fermare, ma il problema più importante che ci siamo trovati ad affrontare era di dare una protezione soprattutto alle persone che dovevano continuare a lavorare. Nella nostra categoria abbiamo molti settori che hanno dovuto continuare le produzioni.

Ad esempio?
Il nostro sindacato si occupa dei servizi pubblici essenziali come l’acqua e il gas, i colleghi della Flaei si occupano del settore dell’elettricità. Poi abbiamo la farmaceutica, quindi si figuri se si poteva fermare questo settore. La gomma plastica, settore che è servito di supporto soprattutto a coloro che producevano apparecchi elettromedicali, oppure le plastiche monouso per gli ospedali, anche loro non si potevano fermare. Nella nostra federazione abbiamo anche le lavanderie industriali e all’inizio della pandemia queste persone erano dotate di poche protezioni, lavorando negli ospedali o nei centri di sterilizzazioni. Abbiamo anche seguito le aziende che si sono riconvertite in tutta fretta per produrre mascherine. Tutte queste persone dovevano lavorare mentre c’era il panico totale e non si capiva niente.

Le imprese vi sono venute incontro per gestire questa emergenza?
Si, hanno fatto la loro parte con grande serietà e senso di consapevolezza su quello che stava accadendo. I primi protocolli con Federchimica e Confindustria Energia li abbiamo firmati prima ancora che si facesse il protocollo nazionale per la sicurezza. Abbiamo fatto i protocolli nazionali a cascata fino ai protocolli aziendali. Perché fin da subito era indispensabile creare un sistema attraverso il quale le persone potessero lavorare in totale sicurezza, e con le parti datoriali abbiamo applicato tutte le conoscenze che avevamo a disposizione. Ed è stato un impegno enorme.

Personalmente come ha vissuto il primo periodo di pandemia?
Restavo quasi 24 ore al giorno a casa davanti al computer, perché lavoravamo tutti a distanza. Mio figlio, per comunicare con me, mi portava, io sono siciliana, i cosiddetti “pizzini”, foglietti di carta con scritto, per esempio, che usciva a comprare il pane, il latte, dato che non staccavo spesso gli occhi dal PC. Questo lavoro è stato portato avanti da tutta la federazione e dai delegati sparsi in tutto il territorio, per garantire le varie casse integrazione, la cassa Covid, risolvere l’allora questione dei codici Ateco, vigilare sulle aziende che non erano essenziali e che invece forzavano per lavorare, la disperazione di tante persone; è stato un periodo incredibile. E posso dire che noi c’eravamo.

Anche sul piano umano immagino non sia stato facile
Si, ho visto tanta sofferenza, ma ho avuto anche tante soddisfazioni. Per esempio, mi è capitato dopo l’estate di andare a Viterbo per visitare una azienda che faceva l’assemblaggio di borse per una grande griffe. Appena sono scesa dalla macchina mi è venuto subito incontro un giovane, il proprietario dell’azienda, e mi  ha detto: ”Signora, io vi devo ringraziare, perché c’è stato un momento che non sapevamo più da che parte girarci ma voi ci avete aiutato a capire come potevamo gestire la situazione”. Nei mesi precedenti li avevamo aiutati con i protocolli, con gli accordi per la cassa a rotazione, in modo da  alleggerire le presenze e consentire di ultimare la commessa che avevano avviato.  “Meno male che ci siete stati voi”, mi ha detto, “perché tutti gli altri sono scomparsi”. Ma non è finita, abbiamo ancora molto lavoro da fare.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Redattore de Il diario del lavoro.