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AUTOMOTIVE

Fca vende Magneti Marelli: un divorzio di convenienza


 

Con un comunicato datato Londra, 22 ottobre, Fca ha annunciato di “aver siglato un accordo” per la cessione di Magneti Marelli a Calsonic Kansei, “uno dei principali fornitori giapponesi di componentistica per autoveicoli”. Secondo lo stesso comunicato, non privo di un tono un po’ enfatico, le “attività congiunte” delle due imprese - che, dopo la fusione, “opereranno sotto il nome di Magneti Marelli CK Holdings - costituiranno “il 7° gruppo indipendente più grande al mondo per fatturato nella componentistica per autoveicoli”. Fatturato che dovrebbe aggirarsi sui 15 miliardi di euro. L’operazione, il cui “controvalore” è pari a 6,2 miliardi di euro, “dovrebbe concludersi nella prima metà del2019”.

Non si può dire che questa notizia sia giunta del tutto inattesa. Voci di una imminente vendita di Magneti Marelli al fondo statunitense Kkr (Kohlberg Kravis Roberts), che nel2017 haacquisito Calsonic Kansei dalla casa automobilistica giapponese Nissan, erano già circolate negli ultimi tempi. E tuttavia, si tratta di una notizia meritevole di essere analizzata per i suoi diversi aspetti che sono, allo stesso tempo, significativi e problematici.

 

1. La scommessa industriale di Kkr. Prendendo la cosa alla larga, si può innanzitutto dire che la vendita di Magneti Marelli, la principale impresa fin qui posseduta da Fca nel campo della componentistica auto - 43.000 dipendenti nel mondo, di cui quasi 10.000 in Italia - si inserisce in una tendenza divenuta da tempo dominante nel campo industriale. E’ la tendenza che si ispira alla filosofia del cosiddetto core business. Una filosofia in base alla quale è bene che i produttori attivi in un dato settore dell’industria manifatturiera si concentrino sul cuore della propria attività, senza farsi distrarre da attività collaterali. Se c’è dunque un’impresa che produce autovetture, è bene che progetti e produca in proprio ciò che è essenziale nell’auto, ovvero motori, trasmissioni, telai e carrozzerie, e che poi si dedichi all’assemblaggio finale di questi suoi prodotti insieme alla miriade di componenti che sono necessari per realizzare un’auto pronta per essere messa su strada.

Portando questa filosofia alle sue estreme conseguenze, non basta, per stare nell’esempio, che Fca, che produce auto, sia un’impresa distinta da Magneti Marelli, che produce componentistica, se poi la prima continua ad essere la proprietaria della seconda. È auspicabile, invece, che la prima si liberi della seconda, per dedicarsi con tutte le proprie forze a concepire e realizzare il prodotto auto nella sua specificità.

In quest’ottica, si potrebbe dunque dire che, seguendo la stessa logica che nel 2017 haportato la Nissana cedere Calsonic Kansei al fondo americano di private equity Kkr, non appare incongruo che, adesso, Fca faccia un’operazione analoga, cedendo allo stesso Kkr la sua Magneti Marelli.

Ciò perché, direbbero i sostenitori di questa teoria, anche nel mondo della componentistica auto è ormai avviato quello stesso processo di concentrazione che il fondatore di Fca, Sergio Marchionne, invocava per l’auto almeno dal 2008. Un processo che, così come avviene nell’auto, costituisce una risposta alla necessità di raccogliere risorse finanziarie sufficienti a sostenere i costi di una fase di innovazione spinta e prolungata come quella oggi in corso. E quindi, ancora, costituisce una risposta al bisogno di una crescita dimensionale dei singoli produttori che consenta loro di avere le spalle abbastanza larghe per sobbarcarsi il peso di quei costi, ovvero di investimenti sempre più gravosi.

“L’integrazione – recita quindi il comunicato – è un passo decisivo verso l’ambizione strategica di entrambe le aziende”, ovvero di Magneti Marelli e di Calsonic Kansei, di “diventare un fornitore di primo piano, diversificato a livello globale.” Infatti, la nuova azienda, frutto della fusione, “sarà meglio posizionata per servire i suoi clienti in tutto il mondo grazie alle sue più grandi dimensioni, alla sua forza finanziaria e alla natura altamente complementare delle loro linee di prodotti e della loro presenza geografica”.

Se ci si mette dunque nei panni dei proprietari del fondo Kkr, il senso dell’operazione appare chiarissimo. Nel 2017 hanno acquisito da Nissan - parte dell’alleanza franco-nipponica Renault Nissan Mitsubishi, terzo costruttore di auto al mondo -la CalsonicKansei.Adesso acquistano da Fca, ottavo costruttore mondiale,la MagnetiMarelli, andando così a costituire un nuovo gruppo, Magneti Marelli CK Holdings. Un gruppo in cui ai 20.200 dipendenti, e ai 58 siti produttivi di Calsonic Kansei, si aggiungeranno i 43.000 dipendenti, le 86 fabbriche e i 12 centri di ricerca di Magneti Marelli.

Quindi, ricapitolando, prima la specializzazione, che porta alla separazione societaria fra auto e componentistica. Poi la concentrazione, che porta alla fusione di due imprese attive nel campo della componentistica. Fin qui, insomma, la cosa ha un senso. Anche se può apparire singolare che, in questo caso, l’acquirente sia più piccolo dell’acquisito.

 

2. Le prospettive occupazionali. Sia come sia, le cose dovrebbero andare abbastanza bene anche dal punto di vista di chi attualmente lavora, in Italia, come dipendente di Magneti Marelli.

Infatti, precisa il comunicato, Fca “ha sottoscritto un contratto di fornitura poliennale che rafforzerà ulteriormente una relazione di mutuo beneficio sia per le gamme di offerta in crescita di Magneti Marelli che di Fca e che sosterrà le operation (sic) di Magneti Marelli in Italia, ben posizionandole per una continua crescita e successo nel futuro”.

Il che, se ben comprendiamo, andando oltre qualche eccesso di entusiasmo aziendale e qualche bruttura linguistica tipica di un gergo aziendalese sin troppo spinto, dovrebbe significare che, per qualche anno almeno, Fca continuerà a rifornirsi di componentistica acquistando i prodotti della nuova Magneti Marelli CK Holdings.

Ebbene, queste rassicurazioni sono state prese sul serio dai sindacati. In particolare, Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, vede di buon occhio la nascita della nuova società non solo perché essa “consente a Magneti Marelli di crescere”, rafforzando la sua capacità di realizzare delle “economie di scala”, ma anche perché l’accordo realizzato fra i due contraenti “prevede la salvaguardia integrale della forza lavoro”, con una particolare “garanzia” relativa a “tutta l’occupazione attualmente localizzata nel nostro Paese”.

Sulla stessa linea Rocco Palombella, segretario generale della Uilm-Uil, il quale ha dichiarato che la sua organizzazione accoglie “positivamente le dichiarazione ufficiali aziendali” secondo cui “non ci saranno ricadute occupazionali negative per gli stabilimenti italiani”, mentre la sede direzionale “resterà a Corbetta”, nei pressi di Milano. Del resto, sempre secondo Palombella, “il fatto che la giapponese Calsonic Kansei sia concentrata in Asia dovrebbe escludere pericolose sovrapposizioni”, mentre “la prosecuzione dei rapporti di fornitura con Fca dovrebbe assicurare piena continuità produttiva”.

Più critica Francesca Re David, segretaria generale della Fiom-Cgil, che se da un lato apprezza “la crescita dimensionale” e “la maggiore solidità nel settore della componentistica” derivanti dalla fusione di Magneti Marelli con Calsonic Kansei, dall’altra ritiene che sia “fondamentale  avviare da subito un confronto sul futuro del Gruppo”. E ciò sia in relazione al “punto di vista occupazionale” che a quello “produttivo”, nonché a quello “della ricerca e sviluppo”.

 

3. Chi è il venditore: Fca e Exor? Un terzo aspetto, forse più problematico di quelli esaminati fin qui, è però quello relativo alla scelta stessa di vendere Magneti Marelli. Perché ciò che appare rilevante non è tanto che l’acquirente sia straniero, quanto il fatto che la nuova azienda derivante dalla vendita avrà una collocazione esterna rispetto al gruppo Exor.

Ebbene, la prima cosa che va detta a questo proposito, e che del resto è stata notata da numerosi osservatori, è che, con la vendita di Magneti Marelli, ci troviamo di fronte alla prima vera scelta compiuta da Fca dopo l’inattesa e repentina scomparsa di Marchionne, avvenuta nel luglio scorso, e dopo la sua sostituzione con il manager anglo-americano Mike Manley.

Vivo Marchionne, si era ripetutamente parlato di una possibile uscita di Magneti Marelli dai confini di Fca, ma l’idea prevalente era che per realizzare tale separazione sarebbe stato seguito quello che potremmo definire il modello Ferrari. In parole povere, uno spin-off, ovvero una separazione societaria di Magneti Marelli da Fca tale per cui l’azionista di maggioranza non sarebbe più stato Fca ma, direttamente, Exor, ovvero la holding della famiglia Agnelli. Holding che, fra l’altro, è il maggior azionista di Fca. In pratica, da un lato Magneti Marelli si sarebbe, per così dire, emancipata dal fatto di essere parte del gruppo Fca, acquisendo un profilo più indipendente sia in senso finanziario che industriale. Dall’altro, la stessa Magneti Marelli sarebbe rimasta sotto le ali protettrici di Exor, apportando valore agli azionisti di quest’ultima. Insomma, un’operazione finanziariamente win-win, tutta giocata in casa. Ma anche, un’operazione industrialmente lungimirante, che avrebbe mantenuto in famiglia, ovvero all’interno di Exor, il controllo su un gioiello tecnologico, stimato e diversificato, quale è stato fino ad oggi considerata da tutti Magneti Marelli.

Ora c’è chi dice che anche l’ipotesi della vendita secca di Magneti Marelli a un compratore esterno fosse stata  presa in considerazione dallo stesso Marchionne negli ultimi tempi della sua conduzione di Fca. Va però anche detto che fino alla presentazione del piano industriale per il quinquennio 2018-2022, effettuata a Balocco il 1° giugno scorso, lo stesso Marchionne si era impegnato, anima e corpo, allo scopo di azzerare il debito che gravava su Fca. E va quindi ricordato che l’autoironica messa in scena di sé stesso con la cravatta - davanti a fotografi, operatori e cronisti - servì in quella occasione a Marchionne proprio a mostrare che poteva festeggiare il fatto di essere riuscito a centrare, anche con qualche anticipo, l’obiettivo che si era assegnato: quello di una Fca con debito zero entro la fine del 2018, ultimo anno della sua attività quale Ceo nella stessa Fca.

Ora, a parere unanime degli analisti, il prezzo spuntato per la vendita di Magneti Marelli, ovvero, come detto sopra, 6,2 miliardi di euro, è un ottimo prezzo. Chiarito però che non c’era più una necessità finanziaria strategicamente impellente, come quella di azzerare il debito, sorge spontaneo l’interrogativo: era meglio incassare questi 6 miliardi e passa di euro, o era meglio tenersi Magneti Marelli?

Per rispondere a questa domanda, può essere utile ricordare che non molto tempo fa, ovvero il 1° agosto, Fca aveva diffuso la notiza che Magneti Marelli aveva siglato un accordo finalizzato all’acquisizione di SmartMeUp, un’azienda francese specializzata nello sviluppo di “perception software” per la guida autonoma di autoveicoli. In altri termini, meno di tre mesi fa Magneti Marelli si segnalava come un’impresa che portava avanti un’azione di espansione in uno dei subsettori più difficili dell’innovazione relativa al mondo dell’auto, quello della guida autonoma.

Il che appare particolarmente significativo se si pone mente al fatto che il punto debole della Fca di Marchionne è stato forse proprio quello dell’innovazione, con particolare riferimento alla ricerca nel campo dell’auto a motorizzazione elettrica (mentre va detto che, per ciò che riguarda la complessa problematica della guida autonoma, la stessa Fca era parsa muoversi con più scioltezza).

Morale della favola: privarsi proprio adesso del controllo su un’impresa tecnologicamente avanzata e capace di impegnarsi concretamente rispetto a diversi aspetti della tematica dell’innovazione non può apparire, all’osservatore esterno, come un’idea vincente.

D’altra parte, sempre guardando dall’esterno, si ha come l’impressione che il successore di Marchionne alla guida di Fca, Mike Manley, in questa vicenda non abbia toccato palla. Del resto, secondo Marigia Mangano, sul “Sole 24 Ore” del 23 ottobre, nelle trattative per la vendita di Magneti Marelli avrebbe avuto un ruolo chiave Richard Palmer, responsabile del lato finanziario di Fca. Ma, ciò che più importa, è che il deal, l’accordo vero, non è stato realizzato tra due imprese manifatturiere, Magneti Marelli e Calsonic Kansei, attive, in questo caso, nello stesso settore. L’accordo vero, quello di valenza strategica, è stato invece raggiunto tra due gruppi finanziari: da un lato Exor, proprietaria di Fca, a sua volta proprietaria di Magneti Marelli; dall’altro Kkr, il fondo statunitense proprietario della giapponese CK Holdings Co. Ltd, a sua volta proprietaria della Calsonic Kansei Corporation.

Concludendo questa parte del ragionamento: mentre è abbastanza chiaro quale sia, per Kkr, il senso industriale dell’operazione di fusione fin qui descritta, ad oggi è assai meno chiaro quale possa essere stato, per Fca, l’interesse della vendita di Magneti Marelli, al di là del fatto di aver arricchito le proprie casse con 6 miliardi di euro.

Può essere allora utile seguire la linea di ricerca suggerita, sul “Foglio” di martedì 23 ottobre, da Ugo Bertone, in un articolo in cui si sostiene, fin dal titolo, che “dietro la vendita di Magneti Marelli” vi sarebbe “la regia di John Elkann”. Una tesi, questa, basata sulla scoperta, se così si può dire, della figura di Joseph Y. Bae, detto Joe. Costui, poco noto in Italia, e comunque alieno rispetto a qualsiasi esposizione mediatica, non è un personaggio di secondo piano sulla scena finanziaria mondiale.

Joe Bae, 46 anni, americano di origini coreane, è infatti attualmente Co-President e Co-Chief Operating Officer di Kkr, un fondo di investimenti statunitense che, secondo una classifica stilata nel 2013, costituisce il quarto operatore attivo a livello mondiale, piazzato a ridosso del terzo classificato (Blackstone) e del secondo (Carlyle), e subito sopra al quinto (Warburg Pincus). In particolare, la sua ascesa all’interno di Kkr sarebbe legata alla scommessa fatta su di lui da Henry Kravis, uno dei tre soci fondatori, il quale nel 2005 gli affidò il compito di sviluppare le attività del fondo nell’area asiatica. Un compito, questo, portato avanti con grande successo. Tanto che, secondo indiscrezioni diffuse dall’agenzia Reuters, Bae potrebbe aspirare a ricoprire un ruolo ancora più alto quando Kravis e Roberts, i due soci fondatori ancora presenti in azienda, dovessero ritirarsi (cosa forse possibile fin dall’anno prossimo).

Nel marzo di quest’anno, senza grandi clamori, Bae è stato cooptato come consigliere indipendente non esecutivo nel Consiglio di amministrazione di Exor. Ed ecco che, pochi mesi dopo questa nomina, un’azienda di componentistica auto basata nel Far East  e acquisita appena l’anno scorso dal colosso finanziario di cui Bae è uno dei top manager, riesce a fare il colpaccio di acquisire proprio da Fca, la cui maggioranza azionaria sta nel portafoglio di Exor, Magneti Mareli, ovvero una delle imprese europee più quotate nel suo stesso campo operativo. Può essere un caso? Difficile crederlo. È invece assai più probabile  che il sistema di alleanze di John Elkann, che di Exor è Presidente e Amministratore delegato, sia uscito rafforzato dall’operazione Magneti Marelli. Un’operazione che potrebbe essere considerata come il suggello di un’alleanza fra Exor e Kkr.

Anche se, fin qui, è stato piuttosto evidente il tentativo dei comunicatori di Exor, e quindi di Fca, di tenere in ombra questo aspetto sostanziale del deal Magneti Marelli, presentando la vendita di quest’ultima non per quello che è, ma per quello che non è: ovvero come una classica alleanza manifatturiera, e nascondendo la sigla di Kkr dietro l’ignoto ma suggestivo nome di Calsonic Kansei. E ciò fin dal titolo del citato comunicato del 22 ottobre: “Calsonic Kansei e Magneti Marelli insieme per creare un leader indipendente nella componentistica automotive”.

Un ultimo interrogativo: come verranno utilizzati i 6 miliardi di euro che saranno incassati da Fca? Alcuni pensano che possano servire a pagare, a fine anno, qualche dividendo agli azionisti della stessa Fca, accrescendo l’appeal borsistico di un titolo che, in questi anni di lotta marchionniana volta all’azzeramento del debito, è stato piuttosto avaro con i suoi possessori. Altri ipotizzano che possano essere impiegati per sostenere quegli investimenti in innovazione che appaiono sempre più necessari per ciò che riguarda il futuro manifatturiero di Fca.

Da questo punto di vista, qualche primo indizio potrà forse venire dall’appuntamento del 30 ottobre, il giorno in cui Fca presenterà i risultati finanziari del terzo trimestre 2018.

 

@Fernando_Liuzzi


24 Ottobre 2018
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