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Beppe Grillo e Sandro Pertini


Il 25 aprile del 1945 Sandro Pertini chiamò gli italiani all’insurrezione finale: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”. Fa ancora impressione sentire la sua voce. Forte, decisa, sicura, tranquilla. L’8 luglio del 1978 fu eletto capo dello Stato, quello stato che aveva contribuito, con il sacrificio personale, a mondare dal fango e dall’ignominia che gli avevano gettato addosso il Regime e la guerra.

Il presidente più amato dagli italiani. Un partigiano come presidente, cantava Toto Cotugno. La pipa completava la sua figura di nonno autorevole, benevolo, rassicurante. Indimenticabile la foto che lo immortala mentre gioca a scopone con Enzo Bearzot, Franco Causio e Dino Zoff sull’aereo che nel 1982 riportava a casa dalla Spagna la squadra campione del mondo. Antifascista adamantino e tutto di un pezzo, paladino della libertà, frugale e schivo, vicino ai giovani, esortava alla concordia e a seppellire odi e rancori. Non c’erano più nemici ma avversari da rispettare, in un’Italia che sembrava camminare ben salda sulle gambe democratiche, modellate dai padri costituenti come lui. Certo non pensava che trent’anni dopo quell’equilibrio di potere, di pesi e contrappesi, di istituti di garanzia ideati per evitare ogni deriva autoritaria e rendere impossibile la dittatura della maggioranza, venisse preso a calci e fatto vacillare da un comico.

Beppe Grillo, guarda caso tutto vestito di nero, dal palco del Circo Massimo domenica ha deriso l’accusa di vilipendio nei suoi confronti (“ Napolitano non deve dimettersi, ma costituirsi”) e come logica e ritorsiva conseguenza, degna del peggior Berlusconi, ha detto che andrebbero tolti i poteri al capo dello Stato perché ne ha troppi: guida il Csm, comanda le forze armate, nomina cinque senatori a vita. Pertini, andrebbe ricordato al suo conterraneo, perché di due liguri stiamo parlando, nominò Leo Valiani, Eduardo De Filippo, Carlo Bo, Norberto Bobbio e Camilla Ravera, la prima donna ad avere questo rango. Qualcosa da obiettare?

I Cinquestelle e Palazzo Chigi hanno preso le distanze precisando che Grillo non ha nessuna veste ufficiale, che i poteri del Colle non sono in discussione, che la revisione dei poteri del Presidente non è prevista nel contratto di governo. Ma intanto il sasso contro la bilancia dei poteri costituzionali è stato lanciato.  E non dimentichiamo che Luigi Di Maio, in un pericoloso infantilismo politico, voleva l’impeachment quando Sergio Mattarella disse no a Paolo Savona quale ministro dell’Economia. Il clima dominante è quello di una confusa democrazia diretta che vorrebbe spazzare via ogni figura di garanzia.  Dall’Inps alla Banca d’Italia, dalla Ragioneria generale al Quirinale. Anche il parlamento è considerato un intralcio a mala pena sopportato. Casaleggio junior insiste nel sostenere che si può votare da casa e che le leggi nasceranno sui social. La solitudine del computer spacciata come la nuova agorà.

Un paradosso: in nome del popolo si sta distruggendo la democrazia, cioè il potere del popolo, di tutto il popolo, minoranze comprese. Disse Sandro Pertini, nel suo discorso d’insediamento: “Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona”. La sintonia con queste parole, al contrario di quanto sostiene Grillo, è ancora grande.

Marco Cianca


23 Ottobre 2018
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