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L’Ilva, Di Maio e le piaghe d’Egitto


Non sarebbe il caso di chiedere al Dio di Mosè di mandarci qualcuna delle dieci piaghe che sconvolsero l’Egitto e magari di riprendersi come corrispettivo  Luigi Di Maio? Nel cambio  gli italiani ci guadagnerebbero sicuramente. Mentre il decreto (in)dignità era atteso in Aula, Giggino De Rege ha combinato altre prodezze. Si è ricordato dell’Ilva e ha deciso di affrontare la vertenza in modo democratico e partecipato, convocando al ministero ben 62 ‘’sigle’’ (enti, sindacati, associazioni, cani perduti senza collare, acchiappacani, oves et boves et omnia pecora campi). Nonostante il regime assembleare, l’incontro è durato un paio di ore, durante le quali i presenti hanno ascoltato le nuove proposte (definite l’addendum: ahi! Il latinorum) di Arcelor-Mittal e un comizietto del ministro.

Uscendo i dirigenti sindacali hanno detto che si è trattato di una riunione interlocutoria; ma qualcuno di loro si è spinto fino ad apprezzare i miglioramenti del piano ambientale proposti dal gruppo, sottolineando, tuttavia, l’esigenza di robusti passi in avanti sul terreno dell’occupazione, da definire in sede di negoziato tra le parti (ma la Cgil chiede la partecipazione del governo: all’insegna del ‘’continuiamo pure a farci del male!’’). Non si erano ancora spenti i riflettori su questa ulteriore perdita di tempo (Marco Bentivogli ha accusato Di Maio di essere ancora in campagna elettorale) che Giggino o’ ministro si è presentato, in conferenza stampa, davanti ad una selva di microfoni, a fare il punto della situazione (ribadendo il sospetto che ci sia stata, nel bando di gara, una ‘’manina’’ a combinare un ‘’pasticcio’’), ed ha concluso lo show con una considerazione che non può non lasciare stupefatti e sbigottiti. “Io - ha scandito Di Maio - non aderisco all’idea che dell’Ilva bisogna liberarsene e che quindi dobbiamo regalarla alla prima persona che passa’’.

Ma come ? La vicenda dell’Ilva è aperta da anni. Era la più grande acciaieria d’Europa, il fornitore di milioni di tonnellate di acciaio all’industria nazionale, il più importante stabilimento del Mezzogiorno che, insieme all’indotto, dava da vivere a 20mila famiglie. Hanno tentato in tutti i modi di chiuderla per sempre (a proposito, il 30 luglio era stata convocata la Procura di Taranto?). Per mantenerla in vita i governi (da Monti a Gentiloni) hanno impegnato centinaia di milioni  presi dalle tasse dei ‘’cittadini’’ (gli stessi che Di Maio dice di voler rappresentare). Ecco perché è criminale rinviare senza motivi plausibili la conclusione di una vertenza con una soluzione di carattere industriale valida e seria come quella che si prospetta. Che cosa se ne farebbe il Paese di un mucchio di rottami (perché sarebbe questo il destino dello stabilimento)? E che diritto ha un ministro di trattare i propri interlocutori (in rappresentanza di una multinazionale) come dei banali speculatori (un regalo al primo che passa)?  La società Arcelor-Mittal non è certo una dama di San Vincenzo: se è interessata al business avrà senz’altro la sua convenienza.  Ma dove lo trova Giggino De Rege un gruppo privato disposto a ‘’cacciare’’ miliardi per un’impresa ferita a morte? E quale altra complicata ristrutturazione produttiva – lo chiedo ai sindacati – di un’azienda massacrata per anni ha potuto svolgersi garantendo il rientro di tutte le maestranze? Certo. C’è sempre la Cassa Depositi e prestiti, custode dei risparmi degli italiani.  Ma il suo nuovo ruolo è quello di fare il becchino?

Giuliano Cazzola


01 Agosto 2018
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