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Cinque stelle e PD


Si allontana sempre più una possibile uscita dalla crisi e nuove elezioni si profilano all’orizzonte. Un’evenienza che Ernesto Galli della Loggia, in un suo editoriale sul Corriere della Sera a commento delle elezioni del 4 marzo, aveva subito indicato come inevitabile.

I 50 e più giorni trascorsi dalle elezioni e i tentativi di raggiungere un’intesa tra 5 Stelle e Centro destra (fallito) e ora tra 5 stelle e quel che resta del PD (destinato a fallire, perchè possibile solo fronte di una scissione del partito e di gravi lacerazioni nei 5 stelle)  sono la certificazione dell’impossibilità di raggiungere un accordo per dare al paese un governo  stabile e credibile

Il tempo tuttavia non è trascorso invano,  ma è servito per dimostrare come tutte e  tre le formazioni politiche principali abbiano al loro interno delle contraddizioni che devono risolvere e che comunque sono già venute  alla luce e forse esploderanno già a partire da domenica p.v. con le elezioni del Friuli.

Nel centro destra, Salvini, l’astro nascente della politica italiana, è il vero vincitore delle elezioni e presto, se anche il Friuli cadrà nelle sue mani, potrà a pieno titolare lanciare la sua OPA sull’intera formazione di Centro destra. Il declino di Berlusconi, per raggiunti limiti di età, è ormai un dato difficilmente ribaltabile, anche se Silvio ha ampiamente dimostrato di avere sette vite come i gatti e di sapere risorgere anche in limine mortis.

Salvini, la mucca nel corridoio di cui parlava Bersani, sa comunque che il via libera da parte di  Berlusconi sarà possibile solo a fronte di una garanzia sulla intangibilità delle sue aziende. Un impegno vergato col fuoco che l’intesa con i 5 stelle non avrebbe potuto  garantire, e da qui i duri attacchi di Berlusconi e del suo apparto di propaganda contro i grillini, buoni solo a pulire i cessi.

E il buon risultato di Forza Italia nelle elezioni del Molise sono la testimonianza di quanto sia difficile fare a meno di Berlusconi. Questo del resto ha insegnato il passato dove gli sprovveduti che hanno osato rompere con il caimano, ultimo  Gianfranco Fini ormai alla canna del gas,  ne hanno subito conseguenze letali.

Il PD, da parte sua, è ormai alle battute finali specie  in caso di pesante e verosimile  sconfitta nel Friuli.  Renzi è già impegnato a importare in Italia il modello Macron, fondando un partito gemello e quel che resta del PD preparato a dare vita a una Margherita bis.

Un evento che potrebbe subire una accelerazione se la componente non renziana del PD desse via libera a una collaborazione  con i 5 stelle. Un’intesa che, peraltro,  difficilmente avrebbe  i numeri in Parlamento e che certo non sarebbe  a costo zero per entrambi i contraenti.

I militanti storici del PD, infatti,  odiano i 5 stelle in misura non certo minore di come sono odiati dai grillini e molti di loro, se Martina procedesse nell’accordo di governo,  preferirebbero, anche se  a torto collo andare con Renzi. Specularmente la parte consistente dei 5 stelle con il cuore a destra lascerebbe il movimento per passare, senza troppi rimpianti, con Salvini, le cui affinità elettive sono evidenti su alcuni temi sensibili come moneta, tasse, legge Fornero ed Europa

Il Pd dunque porrebbe fine alla sua travagliata esistenza e i 5 stelle dovrebbero sciogliere quella equidistanza fittizia tra destra e sinistra.

I dati  sui flussi elettorali delle ultime elezioni, le dichiarazioni della Camusso sulle scelte elettorali degli iscritti alla CGIL  e le interviste del Diario ad alcuni suoi importanti dirigenti sindacali,  hanno dimostrato come parte della dirigenza sindacale e del popolo di sinistra non ami più Renzi e come alternativa,  tra il partito di  Bersani,  Grasso ed Epifani e quello di Di Maio e Fico,  preferisca decisamente quest’ultimo

Aldilà delle differenze,  è innegabile  che alcuni temi dei grillini siano condivisi da quella parte della sinistra che si è scontrata con le scelte di Renzi (e Poletti) in tema di lavoro, di scuola e di tasse. La tardiva dissociazione di Bersani da quel  percorso, per sua stessa ammissione, è stata la causa dell’esito disastroso di LEU e forse della sua impraticabilità politica futura

Un ultima considerazione su quello che potrebbe avvenire in caso di nuove elezioni. I 5 stelle debbono il loro successo al loro interclassismo: un’ opzione politica  che è stata possibile fintanto che la mancanza di un offerta di  sinistra credibile è stata contro-bilanciata da  una speculare  carenza di destra.

Ora le cose sono radicalmente cambiate. La destra sovranista e xenofoba di Salvini, per continuare ad utilizzare la metafora di Bersani non occupa più il corridoio ma si è stabilmente insediata nel salotto di molte case degli italiani. Nelle prossime elezioni i 5 stelle difficilmente potranno rappresentare l’opzione preferita per  quel 50% del movimento che si riconosce nelle parole d’ordine della destra e che ora ha in Salvini un portavoce di indubbie capacità politiche.

Forse i 5 stelle  potrebbero ancora risultare il primo partito,  ma sicuramente la distanza con la formazione di centro-destra sarebbe destinata ad aumentare anche se altri elettori abbandonassero il PD scegliendo i grillini.

La composizione non sarebbe a somma zero e l’esito della tornata elettorale sarebbe forse ancora più complicato di quello attuale dove gli schieramenti sono tre.

Maturità politica vorrebbe allora  che tutti coloro che non sono destra dichiarata si mettessero intorno a un tavolo, non per fare il governo di quelli arrivati  secondi  e terzi,  tagliando fuori i primi arrivati, ma per definire  punti di convergenza per una eventuale opzione politica futura. Un opzione che diventerebbe programma di governo solo in caso di necessità.

Dichiarare apertamente con chi si è disposti ad allearsi qualora non si raggiungesse l’autosufficienza,  significherebbe affrontare la prossima campagna elettorale (a mio giudizio inevitabile) uscendo dall’attuale ambiguità. Al dilà di tutto, infatti,  è difficile immaginare come i 5 stelle e il PD che per un intera legislatura si sono coperti di insulti, possano oggi trovare un punto di incontro che non sia considerato strumentale e indigesto dai rispettivi elettori.


26 Aprile 2018
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