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L’elezione del presidente del Senato, “rito di passaggio” dei Cinque stelle verso l’alleanza organica con il centro destra


In ogni società il passaggio da una fase a  un’ altra della vita di un gruppo sociale o di un singolo individuo è demarcato da una particolare  ritualità.

Il rito, detto appunto “di passaggio”, è quell’insieme di comportamenti, tramandati nel corso del tempo, che separano il prima dal dopo e che rendono meno problematico il cambiamento. Durante il rito di passaggio il gruppo sociale o il singolo individuo adotta un comportamento che si differenza da quello precedente ma che non potrà essere eguale a quello che subentrerà subito dopo.

L’elezione da parte dei Cinque Stelle della senatrice Elisabetta Alberti Casellati a Presidente del Senato,  dopo avere posto il veto su Paolo Romani perché condannato in via definitiva per peculato,  è il classico rito di passaggio necessario per arrivare a un accordo pieno con il centro destra

Il presidente in pectore Luigi Di Maio  potrà così asserire  di avere mantenuto fermo il divieto sacro di votare per un pregiudicato (il prima), declassando l’elezione della fedelissima dell’Avvocato Ghedini e del vituperato Alfano (autore dell’omonimo lodo, legge ad personam per eccellenza) a strumento necessario per portare Roberto Fico alla presidenza della Camera. Dopo di che, archiviata  la fase della transizione,  potrà adottare un nuovo  comportamento, libero dai condizionamenti del passato,  e arrivare  a un accordo di legislatura pieno con il centro destra.

Allo stato attuale questo sembra l’esito più probabile del terremoto del 4 marzo che ha letteralmente sconvolto i quadro politico  italiano. Certo esistono ancora margini di incertezza. Chi sarà il leader incaricato? Sarà un accordo organico con tutto il centro destra o solo con la lega di Salvini?  Pier Ferdinando Casini,  che di politica parlamentare dopo 36 anni di onorato servizio di sicuro se ne intende,  scommette che alla fine l’accordo ci sarà e che anche Berlusconi ( indifferentemente da quel che farà Renato Brunetta) non potrà non essere della partita.

Una previsione  che poggia su solide basi: i programmi dei Cinque stelle e della Lega hanno numerosi punti in comune: i loro leader sono giovani ed entrambi desiderosi di affermare la loro leadership e cimentarsi con il governo del paese; i gruppi dirigenti delle due formazioni sono totalmente privi di autonomia rispetto ai rispettivi capi ( monarchi assoluti non meno di Berlusconi o Renzi); la principale forza di opposizione, il PD, è inerme e lacerata da un conflitto interno dagli esiti imprevedibili.

Ovviamente, bisognerà portare al Presidente Mattarella numeri certi per avere un mandato che non sia esclusivamente esplorativo e, sicuramente  , saranno necessari più mandati per centrare l’obiettivo,  ma l’accordo tra i due vincitori “mutilati” sembra l’esito più probabile.

Interessante sarà ovviamente vedere cosa accadrà nei Cinque Stelle e in quella parte di ex elettori di sinistra che ha sostituito il partito di Renzi con quello di Grillo. Fatto non scontato, stante  il muro di inaccessibilità eretto dalla piattaforma Rousseau. Ancora più interessante sarà vedere come si porrà la stampa che ha costantemente affiancato i Cinque stelle, in primis Il fatto quotidiano, che ha messo in bella evidenza lo scontro tra Travaglio ela Casellati sulla condanna per frode fiscale subita in via definitiva da Berlusconi.

Qualche distinguo è arrivato ieri dal Prof. Domenico De Masi, che pronostica per i  Cinque stelle il passaggio all’opposizione,  stante la difficoltà ad attivare prima di due anni  i nuovi centri dell’impiego,  indispensabili per l’ introduzione del reddito di cittadinanza. Le sue posizioni sembrano tuttavia isolate, anche perché il partito di Grillo si è ormai troppo esposto per rinunciare a una sua presenza effettiva nella compagine governativa che guiderà il paese.

In tutto questo totalmente assente la sinistra, che registra la sconfitta più pesante che mai abbia subito.

Il segretario reggente del PD, Maurizio Martina, promette una approfondita analisi a partire dalla totale perdita di contatto con gli sconfitti della globalizzazione, che popolano le periferie disastrate delle grandi città e le lande desolate del Meridione.

La mancanza di una politica per il Sud  e la  riproposizione di candidati invisi alla stragrande parte degli elettori ha dato il carburante per fare decollare i Cinque stelle. Un combinato disposto che non ha risparmiato neanche il partito di LeU,  i cui  candidati nel Meridione  non hanno certo rappresentato il meglio di quei territori.

Lacrime di coccodrillo quelle di Guglielmo Epifani, che considera la riforma Fornero delle pensioni lo spartiacque all’origine del disastro. Sarebbe interessante ricordare a lui, e agli altri che rappresentavano la sinistra a quei tempi, cosa successe in Commissione quando quel progetto di legge fu presentato. Il giorno della partecipazione  del Ministro Fornero, richiesta dall’allora Sottosegretario all’Economia,  per il clima conflittuale registratosi nelle precedenti sedute, nessuno battè ciglio e  alcuni disertarono la riunione comportandosi come Pilato.

Nessuno a quei tempi osava schierarsi contro Mario Monti e i suoi ministri e troppo tardi, come mestamente ammesso da Bersani, le componenti di sinistra interne al PD decisero di  rompere una convivenza forzata all’interno del partito.

Errori di  strategia, inadeguatezze della classe dirigente e una buona dose di  opportunismo. Da qui ripartire per rilanciare la sinistra, riappropriandosi dei temi di eguaglianza e solidarietà in parte scippati dai cinque stelle. Un’ impresa difficile, per la quale serve impegno e soprattutto una nuova classe dirigente, che sia discontinua con coloro che hanno permesso un tale disastro.

 Roberto Polillo



26 Marzo 2018
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