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Professore di diritto sindacale e del lavoro dell'Università di Messina

L’Europa sociale e la riduzione del welfare in Italia


Le attuali tendenze della politica europea e mondiale, vengono rappresentate come un mix di populismo e plebiscitarismo, richiamati in tutta la loro forza evocativa. Nel Novecento, le spinte populistiche sono sempre state in simbiosi con il leaderismo, espressive cioè, di un rapporto diretto tra un capo e le masse, fondato sull’idea schmittiana che la vera legittimazione per l'esercizio del potere politico sia quella che deriva dal consenso diretto e non mediato dalle istituzioni rappresentative. E sarà per l’incalzare dei populismi nazionalisti che stanno scuotendo l’Unione europea, che danno voce ai senza-lavoro ma anche ai ceti medi impoveriti da una crisi economica e sociale quasi decennale attribuita in larga parte all’austerity imposta da Frau Merkel, nell’assenza delle forze politiche socialdemocratiche e riformiste, ma finalmente l’Ue sembra decisa a discutere della “frigidità sociale” che ne ha segnato la genesi e l’esistenza sino adesso.

Una frigidità sui temi sociali che ha provocato una vera e propria antinomia con la struttura sociale ed economica degli Stati fondatori della Comunità Economica Europea, che hanno costituzionalizzato, con tecniche giuridiche non omologhe, il Welfare State, prevedendo ampi cataloghi di diritti sociali a “prestazione positiva”, ovvero “clausole generali di Stato sociale” affiancate al riconoscimento dei soli diritti sociali ad immediata azionabilità, comunque finalizzate a svolgere la fondamentale funzione normativa di garanzia dell’integrazione delle fasce sociali più deboli. Per dirla con Habermas: “nella figura della democrazia di massa rappresentata dallo Stato sociale, la forma economica altamente produttiva del capitalismo viene per la prima volta imbrigliata socialmente e più o meno felicemente armonizzata con l’autocomprensione normativa degli Stati democratici costituzionali”.

A Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale”.

Certo, il risultato del summit tratteggia solo i contorni di un’iniziativa concreta per rilanciare i diritti sociale in Ue, con un memorandum di venti punti diviso in tre parti: pari opportunità per l’accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; tutela e inserimento sociale. In questi punti trovano accoglienza temi quali la parità, la lotta contro i working poors, il nuovo welfare promozionale e il diritto all’abitazione, mentre una delle proposte fondamentali è costituita dal salario minimo in ogni paese dell’Unione, anche se esso è ampiamente diffuso, considerato che solo sei Stati su 28, tra cui l’Italia, non hanno questo strumento.  Lo scopo è quello di contrastare la competitività dei singoli paesi perseguita attraverso il dumping sociale, che favorisce anche le delocalizzazioni, ma sarebbe illusorio pensare ad un allineamento delle retribuzioni dei singoli paesi verso l’alto: si pensi che i minimi salariali per legge oscillano dai 230 euro della Bulgaria sino ai 2mila euro del Lussemburgo al mese!

Il dibattito, che ha definito in una prospettiva decennale il processo di armonizzazione sociale, è stato segnato da posizioni contrastanti, assente la Cancelliera tedesca, con la Confindustria europea ovviamente contraria, con l’astratto mantra della “competitività su scala internazionale” e i sindacati europei della Ces genericamente favorevoli, mentre mugugni sono venuti dai paesi dell’Europa dell’Est, che temono di perdere la sfida delle loro economie, in larga parte basata sul basso costo del lavoro e su inadeguati sistemi di protezione sociale.  

E l’Italia? Il presidente del Consiglio Gentiloni è apparso tra i più convinti sostenitori dell’”Europa sociale”. Peccato che proprio nelle stesse ore il governo stia implementando l’ultima parte della cosiddetta “Riforma-Fornero” sulle pensioni, con un confronto più virtuale che reale con i sindacati, che, dal canto loro, procedono separati.

Dottor Jekill e Mister Hyde di Stevenson dunque, per Gentiloni? No! Tipica furbizia all’italiana, di andeottiana memoria!

Il risultato sarà, per dirla con Lester Thurow, “a somma zero”, con l’aumento per i futuri pensionati dal 2019 dell’età pensionabile a 67 anni, qualche allargamento dei lavori usuranti e con due elementi strutturali: la cancellazione di ogni funzione di interlocuzione, già il dialogo sociale europeo, dei sindacati e l’ulteriore riduzione del Welfare in Italia.


20 Novembre 2017
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