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La grande “bruttezza” di Roma è la mancanza di una politica per la città


In un editoriale sul Corriere della Sera del 2 novembre dal titolo “le nostre periferie degradate” Ernesto Galli della Loggia scopre la “grande bruttezza” delle borgate romane.

Certo, per uno storico importante quale è Galli della Loggia, la presa di coscienza di una tale realtà appare oltre i tempi massimi consentiti.

Il tema del degrado delle zone periferiche delle grandi città, tra cu Roma, è ormai ampiamente noto e dibattuto e non dovrebbe essere fonte di sorpresa per nessuno specie per chi,  facendo anche  il mestiere di editorialista per il più grande giornale Italiano, ha come ruolo quello  di spiegare la realtà a chi dispone di strumenti interpretativi più limitati.

Il tema comunque, che ha più volte trovato ospitalità sul Diario, è di tale rilievo che merita di essere ripreso. Il primo aspetto da sottolineare è che il degrado della città non è limitato alle periferie e che la “bruttezza” della città ha ampliato i suoi confini fino a penetrare nelle zone centrali. Vive una condizione di bruttezza il cittadino che abita a Cinecittà o del Tiburtino, dove la speculazione degli anni ’50 ha creato file di palazzi informi,  privi di spazi di socializzazione; ma vive una condizione di bruttezza anche il cittadino che abita nelle strade limitrofe a Campo dei Fiori e che ha difficoltà a tornare a casa, perché le strade e i marciapiedi sono occupati da decine di tavolini o trova  impossibile passeggiare senza compiere slalom tra automobili parcheggiate ovunque. Per non parlare dell’inquinamento acustico che rende impossibile in tutto il centro di Roma dormire senza essere sigillati dentro casa con vetri a doppia camera e impianto di condizionamento a palla.

Esiste poi un’altrettanta  “bruttezza” della città che riguarda i quartiere della Roma bene e che è legata alle trasformazioni demografiche degli ultimi decenni. Nelle strade di Parioli i giovani sono ormai merce rara e il  tipo antropologico più frequente è l’anziano malfermo  che cammina sotto braccio al badante filippino o indiano; in una condizione di tristezza e solitudine che li pervade entrambi infischiandosene delle rispettive abissali differenze di reddito e censo. C’è poi la bruttezza delle grandi occasioni perdute e delle grandi incompiute coma la piscina olimpionica di Alcatrava alla Romanina. In queste tante bruttezze c’è tuttavia un tratto in comune ed è la “bruttezza” di una politica che non ha avuto un progetto per la città e che ha utilizzato le casse esangui  del Comune alla stregua di un bancomat per usi privati. La mancanza di un idea di città, di una prospettiva per il futuro  è la vera causa della bruttezza di Roma. Con un paradosso che forse solo Renzo Piano ha saputo portare all’attenzione generale: nella grande bruttezza delle  periferie degradate non ci sono soltanto i fiori del male; in quelle strade disadorne, disordinate e  piene di buche c’è anche la grande “bellezza” delle nuove generazioni che sono il futuro della città. In quegli spazi, ignoti non solo a Galli della Loggia ma ai tanti che hanno vissuto da sempre nella parte monumentale della città, c’è la vita nascente che, nonostante l’indifferenza delle solite vecchie oligarchie da sempre al potere nella capitale, è la vera speranza della città. Di una città che per vivere e non morire deve sapere scommettere sulle nuove generazioni e quindi sulle borgate,  luoghi dove esse si formano e vivono.

Temi assenti nel dibattito politico colto e ora cavalcati dalla destra xenofoba: da una destra che risolve la contraddizione identificando un nuovo nemico sulle cui spalle caricare la colpa: l’emigrato, l’extracomunitario, lo zingaro. Un marketing  politico della disumanità, dell’odio del diverso che purtroppo sta dando i suoi frutti perversi non solo a Roma ma anche nel resto del paese.

Manca una politica che sappia valorizzare l’esistente e metter a frutto quelle energie vitali che pure attraversano le strade della città. Serve una nuova classe politica che abbia un’idea di città non limitata alla parte monumentale e crei nuove eccellenze nelle periferie.

Tra le tante,  riporto un’idea di Curzio Maltese di alcuni anni fa: a Cinecittà in poche centinaia di metri quadrati ci sono tre tra le più grandi istituzioni del cinema mondiale: Cinecittà, la scuola sperimentale del cinema e l’Istituto luce. Perché non costruire lì una vera cittadella del cinema aperta alla sperimentazione e alle nuove leve? E’ mai possibile che l’unica cosa che sia stata capace di produrre la politica romana in quel quadrante della città sia stato il penoso restyling all’insegna del cinema di 300 metri del marciapiede della strada consolare Tuscolana realizzato dall’ex sindaco Veltroni?

Forse un po’ troppo poco se la politica di ieri di oggi e di domani vuole superare quella condizione di degrado che Galli della Loggia ha messo in luce sul Corriere.


06 Novembre 2017
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